Addio a Osvaldo Bagnoli, il gentiluomo silenzioso che portò il Verona sul tetto d’Italia

Di: Andrea Panziera

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Ebbene sì, lo confesso: nei primi anni ’80 la mia fede sportiva interista ha subito un sussulto, una sorta di vacillazione emotiva a favore della squadra della mia provincia d’origine, il Verona. In quel periodo, subito dopo la laurea, abitavo e lavoravo a Milano, mentre i miei genitori, dopo vent’anni di permanenza meneghina, già da otto erano ritornati a Terrazzo, l’ultimo paese della Bassa da dove tutti noi  provenivamo. In realtà, più che un tradimento sportivo, peggiore nella vulgata popolare di quello affettivo, il mio era un trasporto dettato dalla grande ammirazione per un personaggio già allora molto distante dagli stereotipi del calcio.

Parlo peraltro del mondo pallonaro di quarant’anni fa, con  curve vocianti e magari imprecanti, ma non ancora così permeabili alle infiltrazioni criminali; uno sport che garantiva sì agiatezza ai suoi protagonisti, ma non la sfacciata ricchezza dei giorni nostri. Da dove proveniva questo mio temporaneo allontanamento dai colori nerazzurri, a favore di quelli, sicuramente meno gloriosi, gialloblu?

Come dianzi accennato, era cagionato esclusivamente dall’ammirazione nei riguardi di una persona  che di super non aveva  assolutamente nulla, non nella postura e men che meno nell’abilità comunicativa: l’Osvaldo della Bovisa, il c.d. “mister” del Verona che incarnava l’antipersonaggio per eccellenza. Dopo  una discreta carriera da calciatore, aveva intrapreso quella di tecnico delle squadre giovanili nelle categorie inferiori, per poi approdare, dopo qualche anno a Cesena, nella città di Romeo e Giulietta.

Fino ad allora, i gialloblù si erano barcamenati  più che dignitosamente nella massima serie, famosi soprattutto per aver giocato un tiro mancino al Milan nel 1973, facendogli perdere all’ultima giornata, con uno storico 5 a 3, uno scudetto che era praticamente già vinto. Da allora, come di certo ricorderanno i calciofili, con un rimando shakespeariano si parlò per i rossoneri di “fatal Verona”, epilogo che si materializzò ancora nel 1990, con Bagnoli alla guida dei gialloblu.

Proprio lui, che nelle file del Milan aveva vissuto il periodo migliore della sua carriera di calciatore, vincendo anche uno scudetto, avrebbe condannato la squadra di cui era dichiaratamente tifoso alla seconda clamorosa debacle in terra scaligera. Nel  1981 assunse la guida dell’Hellas, in cui aveva già militato come giocatore verso la fine degli anni ’50. La mission condivisa con la dirigenza di allora era molto chiara: costruire una squadra competitiva con gli scontenti delle compagini maggiori, calciatori sì bravi ma con uno spazio limitato e quindi disposti a trasferirsi in provincia pur di giocare di più.

I soldi messi sul piatto per la campagna acquisti erano molto inferiori a quelli dei grandi club e bisognava fare di necessità virtù. In apparenza, una sorta di “mission impossible”, soprattutto se l’asticella del risultato finale non era soltanto l’ottenimento di una tranquilla salvezza. Ma fin dall’inizio si era capito che l’atmosfera attorno al Bentegodi era cambiata, virando dalla placida navigazione degli anni precedenti verso una sinfonia che in tre anni sarebbe diventata una marcia trionfale.

Qual’era il segreto di quest’uomo taciturno, timido ma tremendamente vero? La tenacia nel far condividere e rendere operativi i suoi principi: il duro lavoro come unico fondamento di ogni risultato, il massimo impegno in campo e uno stile di vita scevro da ogni eccesso fuori dal campo. Inoltre, possedeva la capacità straordinaria di far sentire importanti anche i giocatori scartati dalle altre squadre, perché considerati scarsi o riserve a vita, plasmandone il carattere e la vis agonistica a sua immagine e somiglianza.

Le sue umili origini, i valori della Milano operaia che hanno influenzato la sua crescita e lui non ha mai rinnegato, forse gli hanno precluso una carriera più duratura e luminosa. L’allora patron del Milan Silvio Berlusconi, che di Bagnoli era estimatore, quando seppe delle sue idee di sinistra, decise di non assumerlo come allenatore.

Ma i soldi, la fama, la carriera ed i titoloni sui giornali, all’Osvaldo della Bovisa interessavano poco o nulla. Per lui le cose veramente importanti erano altre: ottenere il rispetto delle persone comuni, l’onestà intellettuale, la coerenza fra idee e azioni; soprattutto, il futuro della sua amata figlia Monica, cieca dalla nascita. Per rispettare  questo suo personale vademecum esistenziale, non aveva ancora 60 anni quando ha deciso di lasciare il calcio nonostante le offerte economicamente allettanti, dicendo semplicemente che lui, in quel mondo, non ci si ritrovava più.

Elio Petri ha intitolato uno dei suoi film più belli e famosi “La classe operaia va in paradiso”. Non  sono in grado di confermare questa dichiarazione o auspicio del grande regista; ma da lassù, l’Osvaldo della Bovisa può testimoniare che sicuramente, almeno una volta, una sua squadra operaia ha vinto lo scudetto di serie A.