Al Museo d’Arte Mendrisio, Varini trasforma l’architettura in un’esperienza percettiva che si completa attraverso lo sguardo del visitatore

Di: Maria Mele

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Cosa definisce un pittore? Che cosa significa intervenire artisticamente nello spazio? E soprattutto: può esistere una sola verità nell’opera d’arte? Sono interrogativi che emergono con naturalezza attraversando Felice Varini, la mostra del Museo d’Arte Mendrisio curata da Barbara Paltenghi Malacrida, Felice Varini e Francesca Bernasconi, aperta fino all’11 ottobre 2026.

Veduta dell’allestimento della mostra di Felice Varini al Museo d’arte Mendrisio

Per la prima volta un museo svizzero dedica una monografica all’artista ticinese, figura di rilievo internazionale per i suoi interventi pittorici nello spazio architettonico e urbano. L’esposizione riunisce tre sculture e dieci opere in situ: nove actualisations e un inedito, I dischi volanti.

Il percorso si presenta come un unico grande intervento immersivo. Varini trasforma lo spazio in esperienza, costringendo il visitatore a rinegoziare ciò che vede e a muoversi con uno sguardo più consapevole. La sua terminologia è parte integrante della poetica. Gianni Biondillo, nel saggio Le “occasioni” di Felice Varini, osserva come l’artista sfugga a ogni classificazione: la sua non è pittura tradizionale, non è installazione, non è site specific. Varini preferisce definirle opere “in situ”, replicabili altrove, le cosiddette actualisation, come una partitura musicale o un testo teatrale, sempre identici e sempre diversi.

Dischi vuoti e semivuoti nel rettangolo, Mendrisio, 2026 (dettaglio)
Pittura acrilica e pellicola vinilica
© Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich
Foto: Mattia Mognetti

L’opera si compone attraverso il movimento del pubblico. Camminare, esplorare, cercare diventano gesti necessari per ricostruire l’immagine, che si rivela solo da un punto preciso e si frantuma altrove.

Nero giallo blu e rosso per l’ellisse e il cerchio, Mendrisio, 2026
Pittura acrilica e pellicola vinilica
© Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich
Foto: Mattia Mognetti

La pittura di Varini non vive senza lo spazio e senza chi la attraversa. Paolo Bolpagni, nel testo Felice Varini nell’arte del proprio tempo, sottolinea come l’artista utilizzi forme geometriche essenziali su superfici complesse, rinnovando in chiave contemporanea la tradizione anamorfica.

Spirale gialla, Mendrisio, 2026
Pittura acrilica e pellicola vinilica
© Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich
Foto: Mattia Mognetti

Il documentario curato da Francesca Bernasconi, proiettato in mostra, permette inoltre di entrare nel laboratorio dell’artista. Varini lavora di notte, proiettando le forme sulle pareti per ottenere un’unica immagine bidimensionale, ribaltando l’aspirazione rinascimentale alla profondità.

La mostra occupa l’intero museo: dal chiostro quattrocentesco all’ultima sala, ogni ambiente diventa parte di un’unica narrazione visiva. Un percorso che invita a cambiare punto di vista per cogliere la complessità del reale.

Dischi volanti, Mendrisio, 2026
Pittura acrilica e pellicola vinilica
© Felice Varini 2026, ProLitteris, Zurich
Foto: Mattia Mognetti