Le parole contano: da Umberto Eco alla propaganda politica, tra Nobel per la Pace, diritto internazionale e promesse elettorali
Di: Andrea Panziera
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Fine anni ’60, inizio anni ’70. Milano, ma non solo, era nel turbine della contestazione studentesca. Io ero un giovane studente del Liceo Classico Parini, scelto dopo le scuole medie anche perché distava 200 metri da casa mia. Non mi sono mai pentito di questa decisione: è stata, più che un’esperienza formativa importante per la mia successiva crescita, una vera e propria scuola di vita, arricchita da vicende collaterali che hanno segnato in modo indelebile il mio percorso professionale ed esistenziale. Poco distante dal liceo si trova il quartiere Brera, centro storico ed artistico del capoluogo lombardo, dove ha sede la celeberrima Pinacoteca.
Dalla mia abitazione e dalla scuola più o meno 10-15 minuti a passo lento. Non di rado, al termine delle lezioni o durante i momenti più turbolenti e meno propositivi delle assemblee studentesche (ai tempi erano molto più frequenti e “calde” rispetto ai giorni nostri) con alcuni compagni era divenuta una piacevole abitudine concedersi una pausa di relax al Jamaica, uno storico locale, abituale ritrovo di artisti e intellettuali, situato nei pressi dalla più famosa Pinacoteca italiana.
Fra gli avventori più noti c’era anche Umberto Eco, che all’epoca abitava di fronte al Castello Sforzesco, circa 20 minuti da percorrere in tutta calma. Le sue presenze ricordavano le lezioni degli antichi precettori, greci e latini; lui parlava correttamente entrambi gli idiomi antichi nonché senza incertezza alcuna il francese, l’inglese ed il tedesco.
Lo confesso: il suo smisurato sapere , la sua dotta eloquenza, la sua “tuttologia” oggettiva e mai saccente, suscitavano in me un misto fra invidia e ammirazione. L’insegnamento tratto da quelle occasioni brevi ma intense si può riassumere in poche e semplici parole: la conoscenza, quella vera, non farlocca ovvero veicolata da intermediari inattendibili, scaturisce da solide basi culturali e da metodi di analisi affidabili.
A tale proposito, ricordo il giudizio tranchant pronunciato sui moderni canali di comunicazione: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività e che subito venivano messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.
È l’invasione degli imbecilli.” “Il nome delle cose” è il titolo di un progetto culturale ed una mostra organizzata quest’anno dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Umberto Eco a 10 anni dalla sua scomparsa, avente per tema tra gli altri il rapporto tra linguaggio e realtà, l’interpretazione delle parole, la memoria culturale, nonché le trasformazioni del sapere nell’era digitale. Perché questa lunga introduzione, si chiederà qualche lettore?
L’incipit, ossia, come avrebbe detto il “Maestrone” Guccini “dati causa ed effetto”, scaturisce dalle reazioni scomposte e ignobili, segnatamente di Stati Uniti e Israele, all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay Ottantacinque anni, magistrata sudafricana, la Pillay è stata giudice del Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda e della Corte Penale Internazionale e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014.
Il Comitato norvegese per il Nobel ha deciso di assegnarle il premio «per il suo impegno a favore della pace e del diritto internazionale» e sottolinea come il suo impegno verso principi legali universali e la sua solida bussola morale siano stati una costante in una lunga carriera. Secondo Trump e Netanyahu è evidentemente una colpa battersi affinché il Diritto Internazionale non sia quello del più forte, né possa essere subordinato al volere delle grandi Potenze.
Secondo la neo Nobel per la Pace, esso trova le sue fondamenta nel rispetto della parità tra gli Stati, dei diritti della persona e, soprattutto, nell’idea che il pianeta e le sue risorse costituiscono un patrimonio comune che non può in alcun modo essere oggetto di appropriazione da parte di pochi.
Se si guarda questa visione con gli occhi di chi vuole comperare un pezzo di mondo che appartiene ad uno Stato sovrano da tre secoli o assiste indifferente allo scempio quotidiano di suoi coloni delinquenti, che distruggono i pochi beni, alimentari e non, di un popolo a cui viene negato ogni seppur minimo diritto, finanche quello di esistere, si comprende il fastidio provocato dal ceffone norvegese.
Ma, soprattutto, ai detrattori della Pillay reca insopportabile fastidio il Nome usato per descrivere l’inferno di Gaza: Genocidio. Un politico israeliano ha parlato di un Goebbels gaudente per l’assegnazione del Nobel; in realtà il fu Ministro della propaganda nazista sta festeggiando da tempo, alla vista dei nipoti e pronipoti delle vecchie vittime trasformatisi in provetti carnefici.
Quale miglior veicolo per le sue scellerate azioni? Queste considerazioni non significano in alcun modo giustificare Hamas e tutti i movimenti criminali islamisti, i quali si contendono con l’attuale Governo di Tel Aviv la palma di peggior nemico della causa palestinese. Che dire, poi, di quello che un mio amico ha ribattezzato “Ciuffo Biondo”? Nell’arco di una settimana, alla luce dei sondaggi sulle elezioni di Midterm che lo vedono arrancare attorno al 35% , ha fatto l’ennesima inversione a U sulla guerra scatenata dal suo collega e amico moscovita.
Le mosse ondivaghe e/o contraddittorie del tycoon in realtà ricalcano una nota strategia politica, che ahimè per lui si è quasi sempre rivelata fallimentare, conosciuta come “Teoria del Pazzo”. Leggo testualmente dalla Treccani: “Nel campo delle relazioni internazionali, essa si configura come una strategia politica messa in atto nei momenti di tensione e di crisi, anche bellica, consistente nel mostrare, ai massimi livelli di leadership, atteggiamenti incoerenti, azzardati e aggressivi usati al fine di sconcertare e intimidire gli avversari”.
Secondo diversi politologi Trump ha rispolverato la «Teoria del pazzo» inventata da Nixon ai tempi della Guerra Fredda. A inizio anni ’70 egli aveva istruito i suoi inviati affinché comunicassero in via confidenziale agli interlocutori sovietici questo messaggio: «Dovete sapere che il presidente è ossessionato dal comunismo. Non riusciamo a frenarlo quando è arrabbiato e ha la mano sul bottone nucleare». «Io la chiamo “Madman Theory”», disse Nixon al suo consigliere Haldeman.
Ora , a circa 20 giorni dalle elezioni per il rinnovo del Congresso, il presidente Trump ha chiarito il suo piano per evitare di divenire l’ennesima “anatra zoppa”: comprare voti e spacciare la resa per pace. L’accordo raggiunto con il nano zar del Cremlino sul diesel, nel tentativo di ridurre il costo del pieno in Usa, è solo l’ultima mossa attuata da Ciuffo Biondo per recuperare consensi.
L’etica politica si piega alla logica del baratto, per di più fasullo: a un milione di cittadini americani schiacciati da inflazione, prezzi dei carburanti alle stelle e aumento delle polizze sanitarie sono stati recapitati assegni da 500 dollari con la dicitura “ rimborso per addebiti non dovuti, applicati dall’amministrazione Biden in seguito alla riforma dell’Obamacare.
Tutti gli analisti che hanno studiato la motivazione l’hanno trovata farlocca. Un mese fa ha promesso il pagamento di un «dividendo» da 5 mila dollari a favore di ogni elettore americano, in caso di vittoria del partito repubblicano a novembre.
Ai lettori più anziani si sarà accesa una lampadina mentale: per caso il tycoon ha riscoperto e praticato dopo oltre mezzo secolo una pratica a noi ben nota, il cui Nome è “voto di scambio” ? “O’ comandante Lauro” era solito regalare prima delle elezioni ai votanti una scarpa sinistra, ma la destra veniva consegnata solo a risultato positivo raggiunto; trovate differenze significative rispetto alle promesse del tycoon? Io, in tutta onestà, poche e caso mai la deriva odierna mi sembra decisamente peggiorativa.



