Cambiano le tradizioni, le religioni e le culture, ma il filo conduttore rimane sorprendentemente lo stesso: l’idea di felicità è quasi sempre associata a uno spazio verde

Di: Elisabetta Casarin

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Secondo Epicuro, «La felicità consiste nel saper trarre piacere dalle cose semplici.» A distanza di oltre duemila anni, questa riflessione sembra descrivere sorprendentemente bene una delle tendenze che caratterizzano la società contemporanea: sempre più persone scelgono di dedicare parte del proprio tempo libero ad attività essenziali e concrete: passeggiare nei boschi, prendersi cura di un giardino, coltivare un orto. Un fenomeno che, almeno in apparenza, appare quasi in controtendenza rispetto a una società sempre più veloce, digitalizzata e tecnologica.

Eppure, quando si chiede a chi coltiva un orto perché lo faccia, le risposte raramente riguardano il raccolto:

«Quando sono nell’orto mi dimentico di tutto.»

«Lì mi sento in pace.»

Qualcuno arriva perfino a dire: «Quando sono nell’orto mi sento in Paradiso.»

È un’espressione che potrebbe sembrare soltanto una metafora, ma che forse racconta qualcosa di molto più profondo.

Se osserviamo come le diverse civiltà abbiano immaginato il luogo della felicità perfetta, scopriamo  un elemento ricorrente: il Paradiso è quasi sempre un giardino.

Nella tradizione ebraico-cristiana coincide con il Giardino dell’Eden, uno spazio ricco di alberi da frutto, attraversato da quattro fiumi e caratterizzato da una natura generosa, capace di offrire spontaneamente ciò di cui l’uomo ha bisogno.

Anche nella tradizione islamica il Paradiso è descritto come un magnifico giardino ombreggiato, ricco di alberi, frutti e acqua corrente. Non sorprende che religioni nate in territori aridi abbiano identificato nella fertilità e nell’abbondanza l’immagine della felicità assoluta.

Nella cultura greca il destino degli uomini giusti era rappresentato dai Campi Elisi: pianure sempre verdi, fertili e dal clima mite, più vicine al paesaggio pastorale che al frutteto, ma ugualmente caratterizzate da un rapporto armonioso tra uomo e natura.

Le culture orientali seguono una strada diversa. Nei giardini cinesi e giapponesi il valore non risiede tanto nella produzione di cibo quanto nella contemplazione, nell’equilibrio e nella ricerca dell’armonia. La cura delle piante diventa un esercizio spirituale prima ancora che agricolo.

Cambiano le tradizioni, le religioni e le culture, ma il filo conduttore rimane sorprendentemente lo stesso: l’idea di felicità è quasi sempre associata a uno spazio verde, fertile, ordinato e capace di mettere l’uomo in relazione con la natura.

Anche l’etimologia sembra confermarlo. La parola Paradiso deriva dall’antico persiano pairidaeza, termine che indicava un giardino recintato, irrigato e protetto. Attraverso il greco parádeisos e il latino paradisus, questo significato è giunto fino ai giorni nostri.

Dal punto di vista linguistico, dunque, il Paradiso non nasce come un luogo astratto o ultraterreno, ma come uno spazio coltivato, abitato e custodito dall’uomo.

E probabilmente non era soltanto un frutteto o un pascolo:  se immaginiamo il Giardino dell’Eden come un luogo destinato a nutrire l’uomo durante tutto l’anno, è difficile pensare che fosse composto esclusivamente da alberi da frutto. Dovevano esservi anche arbusti da bacca, piante aromatiche, ortaggi, radici e specie erbacee commestibili. Del resto, nella tradizione anglosassone il termine vegetable garden identifica proprio ciò che in italiano chiamiamo orto: un giardino destinato alla coltivazione delle piante alimentari.

Forse, allora, il Paradiso è sempre stato anche un orto.

Di certo è il simbolo di un luogo nel quale l’uomo sperimenta una condizione di benessere profondo.

Per molto tempo il benessere di una società è stato valutato quasi esclusivamente attraverso indicatori economici, primo fra tutti il Prodotto Interno Lordo (PIL). L’idea implicita era semplice: maggiore ricchezza significava automaticamente migliore qualità della vita.

Negli ultimi decenni questa visione è stata progressivamente superata.

Anche in Italia, attraverso il sistema degli indicatori BES – Benessere Equo e Sostenibile, sviluppato da ISTAT e CNEL, il benessere viene oggi misurato considerando una pluralità di dimensioni: salute, ambiente, istruzione, relazioni sociali, qualità del paesaggio, partecipazione alla vita della comunità, uso del tempo e soddisfazione personale.

La ricchezza economica continua ad avere un ruolo fondamentale, ma non è più sufficiente a spiegare il benessere delle persone:si può disporre di un reddito elevato senza sentirsi realmente bene, così come è possibile sperimentare un alto livello di soddisfazione personale grazie alla qualità delle relazioni, del tempo libero, dell’ambiente in cui si vive e del contatto con la natura.

È proprio in questa prospettiva che può essere interpretata la crescente riscoperta degli orti.

Dopo un lungo periodo di progressivo abbandono, legato alla trasformazione della società e dei modelli produttivi, l’interesse verso la coltivazione amatoriale è tornato a crescere. Secondo un’indagine Coldiretti/Ixè pubblicata nel 2024, oltre sei italiani su dieci (61%) dedicano parte del proprio tempo libero alla cura di orti, giardini, terrazzi o balconi coltivati. Parallelamente è aumentata anche l’offerta di spazi destinati alla coltivazione: elaborazioni Coldiretti su dati ISTAT indicano che nelle città italiane sono presenti oltre due milioni di metri quadrati di orti urbani comunali, distribuiti in circa tre capoluoghi di provincia su quattro, una superficie cresciuta in modo significativo rispetto ai primi anni Duemila.

Dal punto di vista strettamente economico, però, coltivare un orto è raramente la scelta più conveniente: se si considerano il costo delle sementi, delle piantine, dell’acqua, degli attrezzi, degli spostamenti e, soprattutto, il valore del tempo dedicato alla coltivazione, acquistare gli ortaggi da un produttore locale risulta spesso meno oneroso.

Eppure sempre più persone decidono di coltivare.

La spiegazione è probabilmente semplice: l’orto produce qualcosa che il mercato fatica a misurare. Produce benessere.

Favorisce il movimento fisico, migliora la qualità del tempo libero, rafforza le relazioni sociali, promuove l’educazione alimentare, valorizza il paesaggio e restituisce un contatto diretto con la natura. Tutte dimensioni che il sistema BES considera componenti essenziali della qualità della vita.

Le ricerche condotte negli ultimi anni nell’ambito della psicologia ambientale, della medicina e delle neuroscienze confermano questa intuizione: frequentare regolarmente spazi verdi contribuisce a ridurre lo stress, migliora l’umore, favorisce il recupero dell’attenzione e rafforza il senso di appartenenza alla comunità.

In altre parole, chi coltiva un orto non produce soltanto pomodori, ma coltiva il proprio benessere.

Possiamo quindi affermare che se negli anni Cinquanta e Sessanta l’orto era spesso una necessità economica, oggi rappresenta soprattutto una scelta di qualità della vita. Una scelta che nasce dal desiderio di ritrovare un rapporto più autentico con il tempo, con la natura e con gli altri.

Per farlo, però, serve un luogo dove poter coltivare

Essendo cresciuta in un territorio agricolo, ho sempre associato la parola orto a due realtà profondamente diverse:

– da una parte c’è l’orticoltura professionale: aziende specializzate, meccanizzazione, programmazione colturale, investimenti, tecniche agronomiche, rese produttive e filiere commerciali. Un’attività economica regolata da criteri di efficienza e competitività.

– dall’altra c’è il fare l’orto: quell’attività che molti pensionati, famiglie e appassionati svolgono nel tempo libero, coltivando pochi metri quadrati soprattutto per il piacere di farlo. Un’attività nella quale il raccolto è importante, ma raramente rappresenta il vero obiettivo. Non è raro che l’eccedenza venga regalata ad amici, vicini o parenti, quasi a confermare che il valore dell’orto risiede più nel gesto del coltivare che nel prodotto raccolto.

A prima vista queste due realtà sembrano avere ben poco in comune, perché’ la prima è professionale, pianificata, standardizzata e orientata al mercato; la seconda appare spontanea, creativa, quasi artigianale. Una produce reddito, l’altra produce soddisfazione personale.

Eppure condividono un elemento fondamentale: entrambe hanno bisogno della terra.

Ed è proprio qui che emerge un paradosso della società contemporanea: se oggi molte persone desiderano coltivare un orto, trovare un luogo dove poterlo fare è spesso tutt’altro che semplice. Non tutti possiedono un terreno; molti vivono in appartamento; altri hanno perso il legame con la campagna nel corso del progressivo processo di urbanizzazione.

In teoria esistono diverse possibilità: alcuni Comuni mettono a disposizione orti sociali attraverso bandi pubblici; in rete si trovano annunci di terreni concessi in uso; talvolta sono associazioni o cooperative a gestire piccoli appezzamenti destinati agli ortisti.

Nella pratica, però, queste opportunità non sempre riescono a soddisfare la domanda: i bandi comunali prevedono spesso requisiti specifici, graduatorie o liste d’attesa; le offerte private risultano discontinue e poco strutturate; molti spazi disponibili non dispongono dell’acqua, di parcheggi o dei servizi essenziali per una coltivazione continuativa.

La conseguenza è che molti aspiranti ortisti finiscono per rivolgersi proprio a quelle aziende agricole che, fino a quel momento, avevano sempre osservato dall’esterno questo fenomeno.

La richiesta è semplice: “Posso affittare un piccolo pezzo del vostro terreno per fare l’orto?”

La risposta però molto spesso è negativa: non per mancanza di disponibilità, ma perché, per un’azienda agricola, concedere appezzamenti a privati è molto meno semplice di quanto possa sembrare.

Dal punto di vista normativo, infatti, la legislazione italiana non disciplina in maniera organica la concessione di orti a privati da parte delle aziende agricole. Questo lascia ampi margini interpretativi riguardo al corretto inquadramento fiscale e giuridico dell’attività.

In particolare, la possibilità di ricondurre l’affitto di orti alle attività agricole connesse, previste dall’articolo 2135 del Codice Civile, dipende dalla capacità dell’impresa di dimostrare la connessione ed il carattere accessorio di tale attività rispetto alla produzione agricola principale.

Proprio questa incertezza ha portato, negli anni, allo sviluppo di modelli organizzativi differenti. Alcune aziende hanno scelto di gestire l’attività come una vera e propria prestazione di servizi, con un’autonoma disciplina fiscale; altre l’hanno inserita all’interno di progetti più ampi di agricoltura sociale, fattorie didattiche o fattorie sociali, sfruttando il quadro normativo già previsto dalla legislazione regionale.

Ma gli aspetti normativi rappresentano soltanto una parte del problema.

La vera trasformazione riguarda il modo stesso di concepire il lavoro dell’imprenditore agricolo.

A prima vista l’idea sembra estremamente semplice: il terreno è già disponibile, l’azienda possiede le competenze agronomiche e il cliente corrisponde un canone annuale per coltivare il proprio appezzamento.

In realtà, dietro questa apparente semplicità si nasconde un modello organizzativo completamente diverso.

L’imprenditore non produce più soltanto ortaggi, ma produce anche un servizio, e questo cambia radicalmente il suo lavoro.

Ogni ortista diventa un cliente con esigenze, aspettative, capacità ed esperienze differenti. C’è chi non ha mai coltivato e necessita di essere accompagnato passo dopo passo; chi desidera lavorare in completa autonomia; chi ha bisogno di consigli tecnici; chi semplicemente cerca un luogo tranquillo dove trascorrere qualche ora all’aria aperta.

L’azienda deve quindi predisporre contratti, organizzare gli accessi, mantenere efficienti gli impianti, curare gli spazi comuni, garantire la sicurezza, risolvere piccoli problemi quotidiani e, non di rado, mediare la convivenza tra persone che condividono lo stesso ambiente.

Si tratta di attività che appartengono molto più al mondo dei servizi che a quello della produzione agricola.

In altre parole, l’imprenditore agricolo si trasforma progressivamente in un gestore di esperienze.

Anche sotto il profilo economico l’affitto di orti presenta caratteristiche molto particolari.

Spesso il ragionamento è estremamente semplice: se un appezzamento viene concesso a 300 euro all’anno, sarà sufficiente moltiplicare questa cifra per il numero degli orti disponibili per conoscere il reddito dell’attività.

La realtà è decisamente più complessa: prima ancora di accogliere il primo ortista, l’azienda deve sostenere investimenti per realizzare l’impianto di irrigazione, predisporre i vialetti, organizzare i parcheggi, delimitare i lotti, installare sistemi di sicurezza, acquistare casette per gli attrezzi e creare spazi comuni nei quali le persone possano incontrarsi.

A questi costi materiali se ne aggiunge uno molto meno evidente, ma probabilmente ancora più importante: il tempo. Servono ore di lavoro dedicate alla gestione amministrativa, all’accoglienza degli utenti, alla manutenzione degli spazi, al coordinamento delle attività e all’assistenza tecnica.

Soprattutto, serve essere presenti.

Un’azienda che intenda promuovere un modello di agricoltura sostenibile, che già nel farla produca benessere, non può limitarsi a mettere a disposizione un terreno. Deve accompagnare gli ortisti, trasmettere competenze, educare al rispetto della stagionalità, insegnare tecniche di coltivazione e dimostrare, attraverso il proprio esempio, che esiste un modo diverso di vivere il rapporto con la terra.

Di conseguenza, mentre nelle produzioni agricole tradizionali l’aumento della superficie coltivata permette spesso di ridurre i costi unitari grazie alle economie di scala, nell’affitto di orti accade quasi l’opposto: all’aumentare del numero degli ortisti cresce anche la complessità organizzativa: ogni nuovo appezzamento non rappresenta soltanto qualche metro quadrato in più da gestire, ma una nuova relazione da costruire.

Dal punto di vista economico-finanziario, poi, l’affitto di orti presenta caratteristiche molto diverse rispetto alle produzioni agricole tradizionali.

Il primo elemento di interesse è rappresentato dalla maggiore prevedibilità dei flussi di cassa. Nella maggior parte dei casi il canone viene infatti corrisposto anticipatamente all’inizio della stagione, consentendo all’azienda di disporre fin da subito delle risorse necessarie per affrontare gli investimenti e la gestione dell’attività. Si tratta di una dinamica profondamente diversa da quella tipica delle produzioni agricole, nelle quali il reddito dipende dall’andamento climatico, dalla resa delle colture e dalle oscillazioni dei mercati.

L’affitto di orti consente inoltre di valorizzare superfici marginali o difficilmente destinabili a colture intensive, incrementando la redditività fondiaria senza modificarne la destinazione agricola. In questo senso rappresenta una delle possibili espressioni della multifunzionalità dell’impresa agricola, capace di integrare la produzione primaria con attività rivolte alla collettività.

Questi aspetti, tuttavia, non devono indurre a considerare l’affitto di orti come una fonte di reddito “facile”.

Al contrario, la sostenibilità economica dell’iniziativa dipende soprattutto dalla capacità dell’azienda di comunicarne correttamente il valore.

Ed è proprio qui che emerge una delle principali criticità.

Quando un’azienda decide di proporre l’affitto di orti come attività imprenditoriale, si confronta inevitabilmente con l’immagine che molte persone hanno degli orti sociali comunali. In numerose realtà italiane questi vengono concessi a canoni simbolici, spesso compresi tra 50 e 80 euro l’anno, perché perseguono finalità sociali, educative o assistenziali e sono sostenuti, almeno in parte, da risorse pubbliche.

Un’impresa agricola privata opera invece in condizioni completamente diverse.

Deve realizzare gli investimenti, sostenere i costi di gestione, garantire manutenzione, assicurazioni, assistenza tecnica e dedicare tempo alla relazione con gli utenti. Per raggiungere l’equilibrio economico è quindi inevitabile applicare canoni significativamente superiori.

Perciò, se il cliente confronta esclusivamente il prezzo di un appezzamento comunale con quello proposto da un’azienda agricola privata, quest’ultima risulterà inevitabilmente più costosa.

Ma il confronto è, in realtà, fuorviante, perché ciò che l’azienda offre non coincide semplicemente con un pezzo di terra: offre la gestione di un’esperienza.

Chi sceglie un orto privato non “acquista” soltanto cinquanta metri quadrati di terreno, acquista un luogo nel quale trascorrere il proprio tempo libero, imparare a coltivare, confrontarsi con altre persone, osservare il succedersi delle stagioni e riscoprire ritmi che la vita quotidiana tende spesso a cancellare.

Può partecipare a laboratori, ricevere consigli tecnici, portare i figli a conoscere da vicino il ciclo delle colture, condividere il raccolto con la famiglia, passeggiare nella campagna, magari insieme al proprio cane.

In altre parole, il valore dell’offerta non è determinato dalla superficie coltivabile né dal risparmio ottenibile sulla spesa alimentare — un risparmio che, considerando il tempo dedicato, gli spostamenti e l’acquisto dei materiali, è spesso modesto — ma dall’insieme delle esperienze che quell’orto rende possibili.

È proprio questo cambiamento di prospettiva a modificare il modello economico: l’azienda agricola non vende un orto, vende il tempo trascorso nell’orto.

Non vende pomodori, vende la soddisfazione di averli coltivati.

Non vende un appezzamento, ma costruisce una relazione.

L’ortista che frequenta regolarmente l’azienda inoltre, difficilmente rimane un semplice utilizzatore di un appezzamento: può diventare cliente della vendita diretta, acquistare piantine, miele, conserve o altri prodotti aziendali; partecipare ai corsi di orticoltura, alle iniziative didattiche, agli eventi stagionali o scegliere di trascorrere un fine settimana nell’agricampeggio, qualora l’azienda decida di ampliare ulteriormente la propria offerta.

In questa prospettiva l’orto non rappresenta tanto un’attività autonoma quanto il punto di ingresso verso un sistema più ampio di servizi, esperienze e relazioni.

La sua funzione economica non consiste soltanto nel generare un reddito diretto, ma soprattutto nel favorire la fidelizzazione del cliente e rafforzare il legame tra l’azienda agricola e la comunità locale.

È un modello che interpreta pienamente il concetto di multifunzionalità dell’agricoltura, nel quale la produzione di alimenti convive con la tutela del paesaggio, l’educazione ambientale, la promozione della salute e la costruzione di capitale sociale.

Non è un caso che tutte queste dimensioni siano comprese anche negli indicatori del Benessere Equo e Sostenibile (BES).

L’orto diventa così un esempio concreto di come un’impresa agricola possa produrre valore non soltanto economico, ma anche ambientale, culturale e relazionale.

In questa prospettiva, la concessione di appezzamenti per coltivare un orto non rappresenta un’alternativa all’agricoltura professionale, ma ne costituisce, piuttosto, una possibile evoluzione.

Non sostituisce la funzione produttiva dell’impresa agricola, ma la amplia, rendendola più vicina ai bisogni della società contemporanea e più coerente con il ruolo che oggi viene riconosciuto all’agricoltura nella tutela del paesaggio, della salute e del benessere collettivo.

L’agricoltura è infatti uno dei pochi settori economici nei quali il prodotto materiale e quello immateriale possono nascere contemporaneamente: da una parte produce alimenti, dall’altra genera paesaggio, relazioni sociali, educazione, salute e qualità della vita.

Gli orti rappresentano forse l’espressione più evidente di questa duplice natura.

Per questo Ortobello non è semplicemente un orto ben coltivato, ordinato o produttivo: è un orto che fa stare bene.

Un luogo nel quale la bellezza non coincide soltanto con l’ordine delle aiuole o con l’abbondanza del raccolto, ma nasce dall’equilibrio tra uomo e natura, dal piacere di coltivare, dal tempo ritrovato e dalle relazioni che lì prendono forma.

E se, come suggeriva Epicuro, la felicità consiste nel saper trarre piacere dalle cose semplici, allora un orto “bello” può davvero rappresentare quel piccolo frammento di Paradiso che, in forme diverse, le culture di ogni tempo hanno immaginato come un giardino fertile, armonioso e capace di nutrire non soltanto il corpo, ma anche lo spirito.

Ortobello non per ciò che produce, ma per ciò che riesce a far crescere nelle persone.