Dalla guerra in Ucraina alla ricchezza delle famiglie, fino alla pressione fiscale: quando i “puntini sulle i” lasciano spazio ad ambiguità, mezze verità e numeri difficili da ignorare

Di: Andrea Panziera

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Leggo sulle principali enciclopedie della lingua italiana: “Mettere i puntini sulle “i” è una allocuzione assai diffusa per indicare un modo di argomentare molto preciso e scrupoloso, senza lasciarsi sfuggire alcun dettaglio, completando ogni aspetto della questione. Definire il tutto in maniera chiara, per evitare che si generino o rimangano in piedi ambiguità e incertezze”.

L’origine di questo detto risale al XIV secolo, quando, con la diffusione della stampa, vennero introdotti i puntini sulle i per distinguerli dalle altre lettere. Chi iniziò ad usare i puntini, ad essere quindi preciso, veniva a volte considerato troppo meticoloso o addirittura pignolo. Di contro, il vocabolo della lingua tedesca “Umlaut”, pur essendo graficamente rappresentato da due puntini sulla vocale, significa letteralmente “modifica del suono”; sebbene dal punto di vista grafico esso coincida con la nostra dieresi, in realtà non serve a separare due vocali in due sillabe differenti, ma ad indicare una pronuncia del tutto nuova.

Perché, si chiederanno i lettori, questa specifica? Semplice: molte dichiarazioni di personaggi pubblici, in qualsiasi contesto e su ogni argomento, lungi dall’essere chiare ed esaustive, grazie all’uso equivoco o reticente dell’”Umlaut” tricolore rimangono volutamente nell’ambiguità, raccontano mezze verità o omettono specifiche decisive la cui mancanza ne fa palesare contraddizioni o, nei casi più gravi, connivenze ideali pericolose o totale inaffidabilità.

Nessuna parte politica ne è immune, così come la gran parte dei personaggi pubblici; lungi da me stilare classifiche su chi abusa più spesso di questa sorta di esterofilia ipocrita, insincera e non di rado manipolatoria della verità. Nondimeno, questa pessima abitudine va smascherata e condannata, nonostante molti novelli Machiavelli ritengano che l’esercizio del potere debba essere slegato dai valori etici, dalla morale comune e dal principio di verità. Esempi ne possiamo fare infiniti, ma per motivi facilmente comprensibili mi limiterò ad alcuni, che a mio avviso rappresentano in termini evidenti l’assunto di cui sopra.

Come noto, lo smantellamento del Diritto Internazionale nonché dell’allora Società delle Nazioni (ora ONU) iniziò con il ritiro della Germania hitleriana nel 1933. Lo stesso passo fu compiuto dal Giappone. Quattro anni più tardi fu la volta dell’Italia. In realtà, l’argine di quest’Organismo alle violazioni della sovranità territoriale nazionale si era palesato labile, non solo in Europa ma in tutto il mondo. Le politiche di compromesso tollerante adottate dai membri residui nei confronti dei dittatori, fautori di queste sistematiche violazioni, culminate con l’Accordo stipulato a Monaco nel 1938, col quale fu concessa alla Germania l’annessione dei Sudeti, regione dell’allora Cecoslovacchia, si dimostrarono del tutto fallimentari.

Il conflitto da molti temuto non fu evitato nonostante questo cedimento e chi conosce la Storia sa come è andata a finire. Tutti coloro i quali propongono una soluzione analoga per porre termine alla guerra scatenata da Putin nel 2022 contro l’Ucraina, dovrebbero quantomeno andarsi a rileggere la cronologia degli avvenimenti di allora; subito dopo, prendere atto delle dichiarazioni di Putin & Co, che a più riprese hanno ribadito la contrarietà ad ogni negoziato finché la c.d. “operazione militare speciale” non avrà raggiunto tutti i suoi obiettivi. Infine, dopo adeguata riflessione, trarne le doverose conseguenze.

Basterebbe riflettere sulle parole pronunciate a tale proposito dal nostro presidente sull’ “appeasement” del ’38 : “La fermezza avrebbe, con alta probabilità, evitato la guerra. Avendo a mente gli attuali conflitti, come può funzionare oggi?”. (Sergio Mattarella, 5 febbraio 2025).

Ho la sensazione, o magari qualcosa di più, che l’esercito dei “pacifinti nostrani” di ogni schieramento politico o testata giornalistica (il cocktail è alquanto composito e variopinto), lungi dal mettere i corretti puntini sulle “i”, adoperi furbescamente l’Umlaut, non sulle vocali, peraltro uguali anche se poste in ordine differente, ma sulle consonanti, equiparando così le parole Pace e Resa, meglio se alle condizioni dettate dall’aggressore.

Nel capitolo relativo allo stato di salute del nostro sistema economico e alla riveniente situazione delle famiglie italiane, i puntini e l’Umlaut si mescolano all’interno di una centrifuga “ad usum delphini”, azionata a voltaggi iperbolici, con risultati invero paradossali. Molti Istituti evidenziano invero un leggero miglioramento di medio termine delle condizioni di vita dell’insieme delle famiglie italiane, peraltro con due non marginali annotazioni: questo dato va ascritto soprattutto alla fascia di popolazione più abbiente (il 5% circa del totale), che detiene oltre la metà della ricchezza complessiva del Paese, ma nel contempo rimaniamo il fanalino di coda rispetto alle principali economie europee (Francia e Germania).

Al 31 dicembre 2025 la ricchezza netta delle famiglie italiane ammontava a 11.333 miliardi di euro, contro i 19.867 della Germania, i 14.054 della Francia. Nell’intera Area euro il valore complessivo ha raggiunto 68.521 miliardi. E’ assai probabile che ciò dipenda dal tasso di crescita dell’ultimo decennio, che per noi è stato pari al 22,8%, rispetto all’87,3% della Germania, al 42% della Francia ed al 56,6% della Spagna.
Di conseguenza il peso della ricchezza delle famiglie italiane sul totale di quelle dell’area dell’euro è calato dal 21,7% al 16,5%, con una sua forte polarizzazione sulle fasce più abbienti della popolazione.

Nel 2010 il 10% più ricco possedeva il 52% della ricchezza netta complessiva; al 31 dicembre 2025 tale quota è aumentata al 60,6%. Più si sale nella scala dei ceti benestanti e maggiore diventa la crescita della concentrazione: il 5% più ricco è passato dal possedere il 39,9% della ricchezza nel 2010 al 50,2% nel 2025.

Mi asterrò da qualsiasi commento sulle misure di questo Esecutivo, così come sui provvedimenti assunti da quelli precedenti; sulla loro reale o presunta efficacia in termini di equità sociale, nonché sulle recenti proposte delle forze politiche, di maggioranza e di opposizione, spesso veicolate con l’evidente spirito di “captatio benevolentiae”, come sempre accade in vista di una non lontana campagna elettorale. Mi limito soltanto ad alcune doverose precisazioni su una delle materie più spinose e controverse: le tasse.

Nella storia patria non esiste alcun Governo che si sia vantato di aver aumentato le imposte, per motivi che anche un perfetto idiota capirebbe. Molti asseriscono di averle ridotte, con misure a favore della maggioranza della popolazione. I recenti dati sull’evasione fiscale, che ammonterebbe a circa 200 miliardi, indicano che il lavoro da fare in questa direzione è ancora lungo ed oggi a pagare il dovuto sono soprattutto i ceti medio – bassi, dipendenti e pensionati in primis.

Ciò premesso, il parametro che meglio di ogni altro misura il divario fra farlocche dichiarazioni e realtà in materia di fisco è quello relativo alla Pressione Fiscale, ossia il rapporto tra il complesso delle Entrate Tributarie/Contributive e il PIL. Ebbene, essa si è attestata sui seguenti valori ufficiali certificati dall’Istat:

Anno 2025: 42,9% del PIL ,in crescita di 0,7 punti rispetto all’anno precedente, il livello massimo dal 2015. Anno 2024: 42,2% Anno 2023: 41,4%

Ogni ulteriore commento mi sembra del tutto superfluo.