Dal Golfo Persico a Wall Street, il caos trumpiano sembra seguire una sola bussola: il denaro.

Di: Andrea Panziera

LEGGI ANCHE: Lampi News – The board of the fake peace sellers

Sembra la brutta parodia di un film con Alberto Sordi: “Se nun me date retta, ve faccio la guera”. Da oltre una decina di giorni, tutti i notiziari di qualsiasi emittente si pongono la medesima domanda: aldilà delle chiacchiere contraddittorie e dei post reiterati sul suo social personale, quante chance reali ha Donald Trump di porre fine, senza ulteriori spargimenti di sangue, al conflitto con l’Iran? Sottotitolo: visto che al tycoon piace parlare di carte in mano, il gioco lo sta gestendo lui o il suo amico e sodale assiso a Tel Aviv?

Qualche credulone avanza ipotesi poco verosimili, puntualmente contraddette dagli eventi, su chi sia il vero titolare del banco, ma basta uno sguardo scevro da convinzioni senza fondamento per capire chi prende le decisioni e chi si accoda, volente o nolente. La cessazione delle ostilità, conclamate o sottotraccia, verrà decisa nei tempi e modi che più aggradano a Netanyahu & Co, con buona pace degli ingenui di ogni colore e opinione politica.

Tutto il resto è fumo negli occhi, sproloquio ad usum delphini, vieta esibizione muscolare di un Presidente che si è imbarcato in un’avventura militare costata finora alcune decine di miliardi di dollari al contribuente a stelle strisce, che paga la benzina più cara al mondo, la cui durata rimane allo stato indefinibile.

I c.d. esperti di geopolitica azzardano analisi comportamentali e si dilettano nell’attribuire al cinerino inquilino di White House pseudo strategie improbabili, alcune non proprio commendevoli, come la madman theory, nota come la teoria del pazzo. Dopo aver per ora accantonato Epic Fury, la campagna militare di qualche settimana fa e Project Freedom, l’operazione di scorta navale su Hormuz, praticamente mai iniziata, il presidente USA parla da giorni a più riprese di un accordo in dirittura d’arrivo, salvo cambiare opinione cinque minuti dopo, dieci al massimo.

La penultima esternazione affermava che “è possibile che un’intesa venga raggiunta prima della mia visita in Cina, prevista per il 14 e 15 maggio”, salvo poi dichiarare che i leader iraniani non sono affidabili e rischiano di far radere al suolo il loro intero Paese. La risposta dei vertici di Teheran, nella persona del presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf, non avrebbe potuto essere più chiara: “Mi sorprende che i nemici non abbiano ancora compreso che il popolo iraniano preferisce morire piuttosto che arrendersi”.

Nelle stesse ore, è emersa con una evidenza palese e contraria la posizione israeliana, che continua a proclamare assolutamente non conclusa la guerra con l’Iran, mentre procedono senza sosta i bombardamenti contro Beirut e le principali città libanesi, che finora hanno provocato quasi tremila vittime, in buona parte civili, donne e bambini. Se mettiamo assieme il fatto che una delle condizioni poste dal Governo degli ayatollah per sedersi al tavolo delle trattative sia proprio la fine contestuale delle ostilità in Libano, comprendiamo come le prospettive di una imminente cessazione degli scontri siano molto di là da venire.

Peraltro, a dirlo non sono solo io o gran parte degli inviati sul campo, ma gli stessi vertici militari con la stella di David: “In Iran abbiamo un’altra serie di obiettivi pronti per l’attacco. Siamo in stato di massima allerta per riprendere una campagna potente ed estesa che indebolirà ulteriormente il regime iraniano” affermazioni queste del capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ribadite a più riprese dal ministro della difesa Katz.

Ma allora una ulteriore domanda sorge spontanea: “ A che pro parlare di accordo di pace imminente, salvo poi fare una clamorosa retromarcia il giorno dopo ?” C’è del genio in questa reiterata sregolatezza verbale o qualcos’altro, oltreché segnali preoccupanti di ordinaria follia? A mio parere c’è molto altro, ma “rebus sic stantibus” è assai difficile, se non quasi impossibile, procedere oltre e individuare la scaturigine delle apparentemente schizofreniche esternazioni.

A meno che … A meno che non si persegua, sviluppandolo, il detto che io ho un pochino modificato lasciandone inalterata la sostanza, che suona “look at the number and follow the money”. Ovvero? La stampa americana, in parte anche quella passata sotto il controllo dei magnati finanziari sodali del tycoon, ha analizzato in parallelo i volumi e le tempistiche delle transazioni sui principali Mercati, sia quelli tradizionali (equity e bond) che quelli delle materie prime, in primis gli strumenti derivati (futures) sul petrolio. Ebbene, sono emersi riscontri significativi e quantomeno sospetti, dai quali si potrebbe ricavare un interessante racconto dal titolo “Quelle strane coincidenze” o, in alternativa, “C’era una volta l’insider trading”.

Grazie agli annunci trumpiani qualcuno, più di uno invero, ha guadagnato una barca di soldi; parliamo di miliardi di dollari, attorno alla decina o importi addirittura maggiori. Invero, fra gli addetti ai lavori, attuali ed ex come il sottoscritto, il dubbio che dietro alla sgangherata routine delle esternazioni quotidiane ci fosse dell’altro era diventato col passare del tempo una quasi certezza.

Ora, a scostare il velo dell’opacità su molte transazioni “in advance” apparentemente baciate da una fortuna sfacciata ci ha pensato la rete televisiva americana ABC, secondo la quale a Londra, nel solo mercato futures sul petrolio, sarebbero stati guadagnati poco meno di 3 miliardi di dollari, scommettendo sul ribasso del prezzo del greggio qualche ora prima degli annunci sul conflitto da parte del Presidente USA. Delle due l’una: o siamo di fronte a colpi di fondoschiena smisurati, oppure qualcuno era informato in anticipo sul contenuto di ciò che sarebbe stato detto e ha immesso sul listino gli ordini giusti.

Accadimenti analoghi, nel comparto azionario sia al rialzo che al ribasso, si sono verificati a Wall Street. Problema: l’unico Organo deputato ad indagare su tutto ciò è la SEC, la CONSOB americana, presieduta dall’inizio del 2025 da Paul Atkins, fan delle cripto valute ed intimo di zio Don.

Lascio alla fantasia dei lettori comprendere come andrà a finire. A questo punto mi corre l’obbligo di chiedere venia a tutti voi per un mio giudizio, rivelatosi invero ingenuo e frettoloso sull’attuale Presidente americano, da me definito semplicemente “pirla” in un precedente articolo. L’appellativo era riferito alla sua presunta improvvisazione e mancanza di strategia politica, in disaccordo con l’opinione dei suoi fan interni e con quelli italioti, non così sparuti come sarebbe lecito credere. Sbagliavo: il suo modus operandi, la sua stella polare, è il tornaconto personale e quello della cerchia dei suoi sodali, dai quali pretende fedeltà assoluta.

Tutto il resto, incluso il rispetto delle regole, l’etica come principio non prescindibile di ogni buon governo, il valore dell’interesse generale rispetto a quello dei singoli, viene dopo, ammesso e non concesso che in questa logica autoreferenziale e auto laudativa trovi uno spazio, seppur minimo.

Probabilmente anche il rapporto di assoluta accondiscendenza verso lo Stato ebraico ha una sua oggettiva spiegazione: il noto Jeffrey Epstein, newyorkese di Brooklyn, era figlio di una famiglia ebraica ed ha costruito la sua carriera nel settore finanziario. Dai files finora desecretati emergono legami con apparati di sicurezza israeliani, finora mai smentiti in modo ufficiale.

Lo stesso discorso vale per i rapporti con alcuni oligarchi moscoviti: secondo il Guardian, la società madre del social Truth, Trump Media and Technology Group, nel 2022 sarebbe stata salvata dalla bancarotta grazie a una serie di prestiti concessi da Anton Postolnikov, uomo d’affari russo-americano, nipote di Aleksandr Smirnov (fedele alleato del presidente russo Vladimir Putin), finito sotto indagine federale per insider trading e riciclaggio di denaro.

Non so perché, ma nella mente risuona come un mantra il vecchio detto del principe della Prima Repubblica: “A pensar male si fa peccato, ma non si sbaglia”.