Le sue canzoni non erano soltanto musica, ma strumenti per comprendere sé stessi e il mondo: il ricordo di un artista che continuerà a parlare al futuro
Di: Andrea Panziera
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La casa sul confine della sera
oscura e silenziosa se ne sta,
respiri un’ aria limpida e leggera
e senti voci forse di altra età,
e senti voci forse di altra età…
La casa sul confine dei ricordi,
la stessa sempre, come tu la sai
e tu ricerchi là le tue radici
se vuoi capire l’anima che hai,
se vuoi capire l’anima che hai…
…………………………………
La casa è come un punto di memoria,
le tue radici danno la saggezza
e proprio questa è forse la risposta
e provi un grande senso di dolcezza,
e provi un grande senso di dolcezza…
Le strofe sono quelle di apertura di Radici e quella di chiusura. Chi di noi non è alla perenne ricerca di un punto di riferimento, umano o materiale, di una chiave di interpretazione che sia nel contempo spiegazione e guida, supporto e conforto alle nostre scelte quotidiane? O, più semplicemente, la spiegazione dell’ evoluzione del nostro essere, della scaturigine del nostro “modus vivendi”? Quanto sono importanti le radici, quale segno lasciano in quelle che lui avrebbe chiamato “Stanze di vita quotidiana”?
Francesco Guccini è stato per molti versi la colonna sonora della mia vita, il cantautore che ho amato di più, di cui conservo ogni canzone, su vinile o CD, uno dei due che ho anche avuto il piacere di conoscere, incontrandolo più volte dietro le quinte; l’altro è stato Giorgio Gaber. Dall’affermazione precedente si evince che ho assistito a molti suoi concerti; probabilmente una cinquantina, anche più di uno a distanza di poche settimane.
Chi non lo ha mai ascoltato dal vivo farà fatica a capire questa sorta di musicofilia contagiosa riservata ad un solo autore; in fondo erano sempre le stesse canzoni. Vero, ma noi umani attraversiamo spesso stati d’animo differenti, anche a distanza di pochi giorni o settimane. Ebbene, quasi magicamente, questo o quel pezzo di Guccini rappresentava la risposta giusta, l’incipit per la giusta riflessione necessaria in quel determinato momento. Una specie di magia, una sorta di supporto all’ efficace introspezione psicologica che rasserenava l’animo e faceva intravvedere il percorso da compiere.
Una volta, dopo un concerto, gli ho confidato di provare questa sensazione quasi taumaturgica e lui, sorridendo, mi ha risposto che di sicuro stavo sopravalutando le sue capacità, invitandomi a condividere con lui un sorso di buon vino. Mentre scrivo, quasi tutti i TG aprono con la notizia della sua scomparsa e i suoi colleghi ed amici ne tessono le lodi artistiche, umane ed etiche. Persino il Presidente Mattarella gli ha dedicato un affettuoso ricordo, parlando giustamente di musicista poeta.
Contrariamente a molti altri cantautori, non esiste un pezzo che lo contraddistingue: ogni persona può identificarsi in una sua canzone, non solo per la vastità del repertorio, ma soprattutto per la varietà dei temi. Lui ha raccontato le grandi questioni partendo dalle piccole cose, ha parlato della vita con tutte le sue problematiche quotidiane. Certo, i grandi ideali sono presenti in molti suoi pezzi, come non condividerli? Ma traspare sempre un velo di malinconia, che li rende più veri più reali e quindi più difficili da raggiungere.
La sua narrazione è intrisa di semplicità, stile, profondità e bellezza, con un messaggio in sottofondo che solo un’analisi non superficiale poteva cogliere: nella vita esiste per tutti una consequenzialità fra sacrificio, studio, cultura, risultato. In alcuni casi non è mancata la durezza, come nell’Avvelenata. Lo sfogo contro la critica assurda e immotivata rivoltagli da Bertoncelli ha dato a quest’ultimo una notorietà che mai avrebbe potuto raggiungere in carriera. Subito dopo è arrivato il chiarimento pacificatore, perché Guccini era incapace di serbare rancore. In molti pensano che lui fosse uno dei leader spirituali del ’68. Niente di più lontano dalla realtà: forse la sua unica ambizione era quella di insegnare con le sue canzoni il vero significato della parola amore, spesso celato da un velo di nostalgia.
Certo, ha cantato di diritti, di lotte per ottenerli, ma niente era più distante dal suo modo di scrivere e pensare del ricorso a qualsiasi forma di violenza. Guccini ha voluto soprattutto raccontare il mondo che lo circondava rappresentandolo attraverso immagini e modi di essere, utilizzando ricordi suoi e di altri. Il cambiamento delle stagioni, le migrazioni, l’abbandono dei Paesi di montagna per cercare fortuna altrove, i tentativi di rivolta di una generazione che non riusciva a concretizzare l’aspettativa che gli era stata affidata. Da oltre 15 anni non si esibiva più in pubblico, ma era diventato scrittore di successo, rispolverando la sua prima vera passione artistica.
Oltre a non comporre più musica, non l’ascoltava. A tale proposito, rimane emblematica una sua dichiarazione: “Ho avuto un’overdose . Ogni tanto, in automobile, mia moglie accende la radio e io la prego subito di spegnere. Troppo rap, abbiate pietà. Non ce la faccio proprio. A volte ne sento qualcosa, per sbaglio, e mi dico: ma questo che cavolo canta? “. Se ora potessi parlargli, gli direi che l’omologazione della T9 generation, quella iper socializzata che affolla i concerti di ugole indifferenziate a tonalità standard, il cui abbigliamento assomiglia ad un contenitore per sostanze bio ante uso, con una gestualità sul palco che si limita a pollice e mignolo capovolti e movenze da bradipo sotto allucinogeni, rappresenta soltanto lo specchio dei tempi.
Quindi fra 15-20 anni di loro non rimarrà traccia, ma Incontro, Vedi Cara, Il Vecchio e il Bambino, Dio è morto, Auschwitz, La Locomotiva, Radici, Cyrano e tutte le altre sue meravigliose melodie continueranno ad essere ascoltate, come accade da 60 anni in qua. Grazie Francesco.
Foto Serena Campanini / AGF Francesco Guccini
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