Da Pasolini a Barbero: è davvero scomparsa la figura capace di interpretare la società o ha semplicemente cambiato linguaggio?
Di: Elisa Cocco
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C’è stata un’epoca in cui alcune parole sembravano pesare più delle altre. Non perché dette da pochi privilegiati, ma perché capaci di fermare il tempo, di interrompere la distrazione collettiva e obbligare a pensare. L’intellettuale pubblico era questo: una figura scomoda e necessaria, qualcuno che non si limitava a osservare la realtà, ma la metteva in discussione, la interpretava, la esponeva alle sue contraddizioni più profonde.
Oggi, invece, si parla sempre più spesso della sua “morte”. Ma forse non è una scomparsa netta: è piuttosto un indebolimento della sua voce dentro un paesaggio comunicativo cambiato radicalmente. Un paesaggio in cui tutto parla, tutto si commenta, tutto si consuma rapidamente, senza lasciare troppo spazio alla riflessione.
Nel Novecento, questa figura aveva un peso quasi inevitabile. Pier Paolo Pasolini ne è uno degli esempi più intensi e dolorosi: nei suoi scritti non c’era mai solo analisi, ma una tensione morale continua, quasi una ferita aperta. Pasolini non descriveva soltanto la società dei consumi: la sentiva addosso, la viveva come una trasformazione antropologica irreversibile, come una perdita di autenticità collettiva. La sua voce non cercava consenso, ma verità, anche quando era scomoda.
In questo panorama si inserisce anche il pensiero di Susan Sontag, che ha profondamente riflettuto sul ruolo dell’intellettuale e sull’immagine nella società contemporanea. Sontag ha mostrato come le immagini non siano mai neutre: non solo rappresentano la realtà, ma la modellano, la filtrano, la rendono emotivamente consumabile. In “Regarding the Pain of Others”, ad esempio, mette in discussione il modo in cui guardiamo la sofferenza altrui, interrogandosi sul rischio di una sensibilità ridotta a spettacolo. In questo senso, anche l’intellettuale diventa fragile: deve confrontarsi con una cultura che tende a trasformare tutto in immagine immediata, in reazione rapida, in consumo emotivo.

Anche l’autorevolezza ha cambiato natura: non è più un riconoscimento che si costruisce lentamente attraverso studio, ricerca e scrittura, ma una qualità che deve attraversare un ecosistema dominato da visibilità, algoritmi e attenzione frammentata. Non è che la competenza abbia perso valore; è che non basta più. Deve negoziare la propria esistenza in un mondo in cui ciò che conta non è soltanto ciò che è vero, ma ciò che riesce a essere visto, condiviso, ricordato per pochi istanti prima di essere sostituito.
Eppure, parlare di morte dell’intellettuale pubblico rischia di essere una diagnosi troppo netta per una realtà più ambigua e, in un certo senso, più umana. Più che scomparire, questa figura si è dispersa: non è più un punto unico di riferimento, ma una costellazione di voci che cercano ancora, in forme diverse, di dare ordine alla complessità. In questo scenario, figure come Alessandro Barbero mostrano che è possibile parlare al grande pubblico senza tradire la profondità del pensiero, riportando la storia e il sapere dentro uno spazio condiviso che non semplifica, ma rende accessibile ciò che è complesso.
Un esempio emblematico è l’incontro tenuto da Alessandro Barbero all’Università di Padova il 21 aprile 2026: una lezione pensata per il pubblico studentesco che, nel giro di poco tempo, ha assunto i contorni di un evento di forte partecipazione collettiva. Gli spazi si sono riempiti oltre ogni previsione, fino a superare la capienza disponibile, e l’afflusso continuo ha reso impossibile l’ingresso a una parte significativa degli studenti, mentre altri hanno dovuto abbandonare l’aula prima della conclusione a causa del sovraffollamento.
Non si è trattato semplicemente di una conferenza accademica, ma della manifestazione evidente di un interesse ancora vivo verso forme di sapere che richiedono tempo, ascolto e profondità interpretativa.




