Addio a Franco Baresi: dal Camp Nou a Pasadena, il ritratto di un campione che ha saputo entrare nel cuore di un’intera generazione di tifosi
Di: Giuseppe Milotta
LEGGI ANCHE: L’angolo di Eupalla – L’ultimo dei puri
Lo chiamavano (Brera dixit) “Picinin”, perché all’epoca del suo esordio, a soli diciotto anni, era il più piccolo del gruppo. Nato nel 1960 era di un anno più giovane di me. Lui, introverso figlio della bassa bresciana. Io, introverso figlio dei laghi piemontesi. Siamo cresciuti insieme e la sintonia è stata immediata anche se mai personalmente l’ho conosciuto.
Infanzia difficile, classe immensa, come il suo vigore atletico che non faceva sconti a nessuno, falli talvolta ai limiti del codice penale, braccio perennemente alzato a segnalare un fuorigioco che non si sapeva se ci fosse, ma che per noi, tifosi rossoneri assiepati sugli spalti, certamente c’era perché l’aveva detto il “Picinin”.
Sarebbe dovuto andare all’Inter insieme al fratello Giuseppe, ma grazie alla profonda lungimiranza degli osservatori nerazzurri, venne scartato perché ritenuto troppo gracile. Finì al Milan, sul lato giusto del fiume e per noi milanisti, per me soprattutto, fu subito leggenda.
Ho negli occhi due momenti, antitetici tra loro, che, forse meglio di tanti altri, riassumono la sua parabola.
Barcellona, Camp Nou, anno 1988. Io c’ero. Il “Picinin”, dopo vent’anni per noi di dolorosa attesa, sollevava al cielo la Coppa dei Campioni, quella terza Coppa che ci consentiva di superare l’Inter.
Una soddisfazione per l’intera tifoseria ma per lui, sono certo, immensa, anche se schermata da quella serietà campagnola fatta di attesa e dal perenne timore che il maltempo possa rovinare il raccolto.
Pasadena, anno 1994, il “Picinin”, dopo una ripresa ai limiti del miracoloso – era stato operato di menisco e si era ripreso in soli venti giorni per poter scendere in campo per la finale del Campionato Mondiale – si scioglieva in lacrime dopo avere sbagliato uno dei rigori decisivi per l’assegnazione del titolo. Vidi quel pianto e pensai: ecco la pioggia che ha rovinato il raccolto.
Ma in fondo quell’errore non importava, perché “non è da questi particolari che si giudica un giocatore”. Perché un giocatore “lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia”. E coraggio, altruismo e fantasia il “Picinin” ne ha regalata tanto nel suo immortale percorso. In quelle lacrime c’era tutto e da quelle lacrime ho capito come i campioni, quelli veri, quelli con la C maiuscola, possono guadagnare soldi e notorietà nelle loro carriere, ma nell’anima resteranno sempre i bambini che calzavano scarpe improvvisate rincorrendosi su un campetto di terra battuta, sognando di volare lontano come il pallone e con il pallone, che avevano appena calciato.
Il “Picinin” era questo. Modestia, discrezione, riserbo, dignità e, per me, soprattutto fedeltà e appartenenza. Nessuna sirena l’ha mai allontanato al Milan, anche quando la società incassava disastrosi rovesci. Da capitano della Nazionale, oggetto del desiderio di tutte le squadre, non ha esitato ad accompagnarci per ben due volte in serie B. E noi ci siamo sentiti sicuri, forti e confortati, perché scendevano negli Inferi, ma insieme al “Picinin” e lui ci avrebbe sicuramente portati “a riveder le stelle”.
Franco Baresi. Un semplice nome e cognome, ma per noi, per me, un ricordo imperituro, fatto, e non me ne vorrà Shakespeare, della stessa sostanza di cui erano fatti i nostri sogni, quei sogni che lui ha contribuito a realizzare.
Di una cosa, infine, sono certo. La sua figura era trasversale. Oggi certamente lo piangono tutti i tifosi, e dico proprio tutti, in prima fila quelli dell’Inter. E questo, forse, è il suo più grande lascito.
Ciao “Picinin”. Ci rivedremo lassù.



