Il tramonto delle regole e l’illusione delle soluzioni immediate di fronte alle grandi crisi del nostro tempo

Di: Andrea Panziera

LEGGI ANCHE: Post It – Lo STrumpalato ed il vaso di Pandora


“Non è facile pensare di cambiare,
Le abitudini di tutta una stagione
Di una vita che è passata come un lampo
E che fila dritta verso la stazione
Di un mondo migliore
E un mondo migliore”.

Mentre mi apprestavo a scrivere questo articolo mi è venuta a mente la strofa di una delle più iconiche canzoni di Vasco Rossi. Quanti di noi, cari lettori, credono in tutta sincerità che il mondo che ci aspetta sarà effettivamente migliore di quello attuale? E se sì, voi lo pensate davvero, su quali basi fondate questa vostra encomiabile convinzione? Chiedo venia, purtroppo la mia risposta è un tantino meno ottimistica della vostra e per formularla, uso i versi di Francesco Guccini,

“il giorno è sempre un po’ più oscuro,
sarà forse perché è storia,
sarà forse perché invecchio”.


Questa digressione canora in realtà assume il significato, almeno nel mio caso, di un incipit propedeutico ad un personale tentativo di guardare con gli occhiali della realtà il c.d. “stato dell’arte”, mettendo da parte, per quanto possibile, gli istinti dettati dal sentimento e facendo prevalere il contributo della razionalità. Da oltre quattro anni la prima notizia di ogni TG parla di guerra, di vittime civili, colpevoli solo di trovarsi in uno dei tanti posti sbagliati del mondo, ammesso e non concesso che oggi ne esistano di giusti, ma soprattutto che costoro, negli altri, quelli giusti, abbiano la minima chance di essere accolti.

Parole come genocidio, fame, sete, inedia, assenza di qualsiasi forma di assistenza, sono oramai la realtà quotidiana di aree del mondo sempre più vaste, con un trend in veloce e costante peggioramento. Il Diritto Internazionale è morto e sepolto, ma contrariamente al Dio dei Cristiani, non si percepiscono avvisaglie di una sua prossima, o almeno possibile, resurrezione. Di più, i patemi della contingenza e la spasmodica ricerca di ricette salvifiche si sovrappongono e oscurano la reale scaturigine dei problemi; quindi tutti si affannano a cercar di curare i sintomi, ma pochi o quasi nessuno si preoccupa delle cause.

Questo corto circuito cerebrale coinvolge la classe politica di ogni schieramento, a parte rarissime eccezioni, ma soprattutto il cittadino comune, che ormai nella stragrande maggioranza dei casi ha posto in stand by la sua capacità cognitiva e delegato ai social media l’interpretazione e la conseguente somministrazione della realtà. In questi mesi la discussione gira attorno al prezzo dei carburanti e dei beni/servizi che utilizzano petrolio, gas e derivati ed il focus del confronto si concentra sugli strumenti più idonei per lenire le lacerazioni provocate al conto economico delle imprese ed alle tasche dei cittadini.

Riduzione delle accise? Se sì, per quanto tempo possiamo abbassarle senza rischiare di scassare il già fragile equilibrio finanziario dello Stato? Ma no, chiediamo una deroga ai Patti europei, sperando che in caso di ripercussioni negative sui Conti pubblici qualche santo provveda. Meglio ancora, compriamo il petrolio ed il gas dove costano meno: la Russia deve sostenere gli oneri di una guerra che si trascina da oltre quattro anni e pensava di stravincere in tre settimane.

È allo stato un contraente debole e riusciremo a spuntare un prezzo vantaggioso. Prendendo a prestito le parole di Venditti (oggi è il giorno dei cantautori) “certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano …” In questo florilegio di ipotetiche soluzioni, quasi nessuno che abbia avanzato una semplice quanto banale domanda: ma queste decisioni, tutte assieme o assunte singolarmente, sono senza conseguenze future o produrranno problemi anche peggiori di quelli attuali? Ma se prevale la logica dell’emergenza, del “domani è un altro giorno e si vedrà”, non rischiamo poi di precipitare in una spirale che il popolo veneto, con marginali differenze locali, traduce in un comune detto, secco e assai efficace: “xe peso el tacon del buso”?

D’altronde, obbietterà qualcuno, cosa deve fare la classe politica di fronte al malcontento diffuso delle persone che pagano un pieno di carburante il 20% più di due mesi fa: rischiare di perdere un fragile consenso che erode il numero dei votanti ad ogni tornata elettorale? Chiedo a me stesso e a tutti voi: non è proprio questa logica dell’emergenza perpetua, che usata sistematicamente in tutte le crisi internazionali, ci ha passo dopo passo portato in questo palese cul de sac? Il rispetto delle Regole che compongono il Diritto Internazionale aveva già sopportato nel passato una serie di vulnus che ne avevano fortemente indebolito la tempra, ma seppur a fatica aveva tenuto botta fino ad oggi. Certo, l’invasione della Crimea del 2014, le continue provocazioni nordcoreane con test nucleari, il prelevando forzato americano del presidente autocrate di un Paese sovrano non avevano certe contribuito al suo stato di salute, anzi.

Ma ora, la guerra israelo -americana nel Golfo Persico rischia seriamente di infliggergli il colpo decisivo. Come ha correttamente osservato qualche esperto di geopolitica, la circostanza decisamente più significativa non è il colpo in sé, ma la risposta del mondo: il silenzio interessato di chi preferisce riaprire i traffici commerciali, piuttosto che difendere i principi che quei traffici dovrebbero, in teoria, rendere sicuri per tutti. Aldilà di assai guardinghe prese di posizione, voci flebili per non turbare il biondo – cinerino manovratore o chi nei fatti da Tel Aviv gli detta la tabella di marcia, l’unica preoccupazione è stata quella del contenimento del prezzo del petrolio, con il risultato che nei fatti non si è risolto nulla o quasi.

Urge a questo punto sgombrare il campo da possibili interpretazioni che potrebbero risultare fuorvianti: il regime degli ayatollah, al pari di ogni sistema autocratico o dittatoriale, rappresenta il peggio del peggio, punto!! Ma proprio per questo motivo, non si possono usare due pesi e due misure, ossia accogliere il nano zar in pompa magna, incensarlo come il migliore degli statisti e dopo pochi mesi dichiarare guerra al suo più potente alleato nella regione mediorientale.

Ma oltre a questa contraddittoria nonché distruttiva incoerenza, che appunto ha come unico effetto quello di ridurre le regole del Diritto Internazionale a fogli di carta igienica dopo l’uso, la questione più rilevante riguarda gli effetti nel medio – lungo termine di questa guerra, dell’assalto al palazzo presidenziale a Caracas e della mano libera concessa al leader israeliano a Gaza ed in Libano.

Come scritto in un mio precedente contributo, esistono pochi dubbi sui rapporti fra Epstein e i Servizi di Tel Aviv, peraltro mai ufficialmente smentiti. Il sospetto che questi ultimi dispongano di documenti che rappresentano una bomba ad orologeria pronta ad esplodere se la mano libera data a Netanyahu venisse in qualche modo sottoposta a vincoli e limitazioni, appare molto verosimile. Ma oltre alle migliaia di vittime, in gran parte civili, l’aspetto più grave è invero un altro.

La narrazione ormai condivisa è che con guerre e azioni di forza in spregio a qualsiasi forma di rispetto, anche minimo, del Diritto Internazionale si è di fatto creato un Precedente e i precedenti, se accettati senza reagire nelle sedi opportune, diventano più forti delle Leggi scritte. Pongo una domanda: chi e cosa si potrebbe obiettare se, in un futuro neanche tanto lontano, la Cina desse l’assalto a Taiwan, o qualche altro Stato attaccasse un vicino inventando pretesti pseudo storici, di affinità di razza, di sicurezza politica interna, od altro ancora? L’ha fatto la Russia, l’hanno fatto gli Stati Uniti, per quale motivo non posso farlo anch’io? Penso a qualche Stato dell’ex area sovietica, ma non solo. E in questo caso, se questo Paese fosse vicino ai nostri confini, come ci comporteremmo?

Qualcuno, a proposito del conflitto russo – ucraino, dice che in fondo il male minore sarebbe quello di cedere il Donetsk ed il Luhansk a Mosca, così la guerra finirebbe. Peccato che gli stessi discorsi siano stati fatti per la Crimea ed abbiamo visto come è andata a finire. E poi, visto che tutti gli esperti militari sono concordi nell’affermare che l’Europa allo stato attuale non è in grado di controbattere un eventuale sconfinamento nel suo territorio con strumenti di difesa autonomi, soprattutto aerei, quali reali garanzie avremmo riguardo al mantenimento di eventuali accordi di Pace? Quelle forniteci dagli presunti alleati americani? O quelle mediate dai partiti e movimenti che, apertamente o sottotraccia, tifano per Putin?

Suggerimento finale e annessa anticipazione: nel prossimo articolo mi occuperò soprattutto dell’ultimo discorso pubblico di Mario Draghi, il quale è fra i pochissimi ad avere ben chiaro il quadro della situazione. Soprattutto possiede una visione, visto che per sua fortuna non deve rendere conto a nessuna clientela politica e a nessun questuante d’ogni tipo e colore. Consiglio di leggere i passaggi salienti del suo intervento, perché si tratta di una delle rare interlocuzioni pubbliche che affronta il cuore dei problemi e non affonda in viete banalità.