Perché ogni percezione è un atto di interpretazione e ogni sguardo, prima ancora di raccontare il mondo, racconta chi lo osserva.

Di: Elisa Cocco

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C’è una frase spesso attribuita ad Anaïs Nin che continua a risuonare con straordinaria attualità: “Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo”. In poche parole viene condensata una delle più profonde verità sull’esperienza umana: la realtà non arriva mai a noi in forma pura. Tra il mondo e il nostro sguardo si sovrappongono i ricordi, i desideri, le paure, le aspettative, le ferite e le speranze che ci portiamo dentro.
Ogni essere umano vive infatti in una sorta di dialogo permanente tra ciò che accade e ciò che sente. Per questo motivo due persone possono assistere allo stesso evento e uscirne con interpretazioni completamente diverse. Non è soltanto una questione di opinioni: è il modo stesso in cui percepiamo la realtà a essere profondamente soggettivo.

Pochi film hanno raccontato questa verità con la delicatezza e l’intensità di In the Mood for Love di Wong Kar-wai. Apparentemente è una storia d’amore mancato. In realtà è una riflessione sul desiderio, sulla memoria e sul modo in cui ciascuno costruisce il significato della propria esistenza.
I protagonisti, Chow e Su Li-zhen, scoprono che i rispettivi coniugi li tradiscono. Tra loro nasce una vicinanza fatta di silenzi, sguardi e possibilità mai pienamente realizzate. Ciò che rende il film straordinario non è tanto ciò che accade, quanto ciò che i personaggi immaginano, ricordano e proiettano l’uno sull’altra.

Lo spettatore comprende presto che la vera storia non si svolge nei corridoi stretti, nelle stanze o nelle strade illuminate dalle insegne di Hong Kong. Si svolge all’interno dei protagonisti. Il loro amore è tanto reale quanto immaginato; tanto presente quanto assente. È il prodotto di ciò che sono, delle loro solitudini e dei loro desideri.
Wong Kar-wai sembra suggerire che non amiamo mai soltanto una persona. Amiamo anche l’idea che ci siamo costruiti di quella persona. Vediamo l’altro attraverso il filtro dei nostri bisogni emotivi, delle nostre mancanze e delle nostre aspettative.

La pioggia e il fumo

Questa dimensione interiore emerge nelle celebri scene sotto la pioggia e in quelle avvolte dal fumo delle sigarette. Wong Kar-wai trasforma entrambi in simboli del mondo emotivo dei protagonisti. La pioggia diventa malinconia, attesa e desiderio; il fumo rappresenta tutto ciò che resta inesprimibile, sospeso tra presenza e assenza.

Attraverso queste immagini, il regista mostra come la realtà non sia mai separata da chi la osserva. In In the Mood for Love il mondo appare sfumato e velato non perché sia confuso in sé, ma perché viene filtrato dai ricordi, dalle emozioni e dai desideri di chi lo vive.

Lo sguardo che crea il mondo

La psicologia contemporanea conferma ciò che l’arte aveva intuito da tempo. Il cervello non registra passivamente la realtà come farebbe una telecamera. Al contrario, interpreta continuamente ciò che vede.
Ogni nuova esperienza viene confrontata con quelle precedenti, ogni volto viene associato a ricordi inconsci e ogni situazione viene letta alla luce delle emozioni del momento.
Chi ha conosciuto il tradimento può vedere segnali di abbandono dove altri vedono semplici coincidenze. Chi ha vissuto esperienze positive tende a cogliere opportunità che sfuggono agli sguardi più pessimisti. Non osserviamo soltanto il mondo: lo ricostruiamo costantemente.

Per questo la realtà non è mai un dato neutro. È sempre una relazione tra ciò che accade e chi osserva.

Kant e i limiti della conoscenza

Sul piano filosofico, una delle riflessioni più influenti appartiene a Immanuel Kant. Il filosofo sosteneva che l’essere umano non può conoscere la realtà nella sua forma assoluta. Possiamo conoscere soltanto il modo in cui essa appare alla nostra mente.
Secondo Kant, spazio, tempo e categorie di pensiero non appartengono necessariamente alle cose in sé, ma rappresentano gli strumenti attraverso cui la nostra mente organizza l’esperienza.
Ciò significa che non abbiamo accesso diretto al mondo. Ogni percezione è inevitabilmente mediata dalla struttura stessa della nostra coscienza.

L’amore come specchio

È proprio nell’amore che questa dinamica emerge con maggiore evidenza.
Quando ci innamoriamo, raramente vediamo l’altro per quello che è realmente. Vediamo ciò che desideriamo, ciò che speriamo, ciò che temiamo di perdere. Proiettiamo sogni e aspettative su una persona che spesso conosciamo solo in parte.

In the Mood for Love racconta magistralmente questa verità. I protagonisti non consumano mai pienamente la loro relazione, e forse proprio per questo essa rimane sospesa in una dimensione ideale. L’assenza diventa uno spazio che ciascuno riempie con la propria immaginazione.
L’amore, suggerisce il film, è anche un esercizio di interpretazione. Non riguarda soltanto chi abbiamo davanti, ma soprattutto ciò che quella persona rappresenta per noi.

L’umiltà di riconoscere i propri filtri

Comprendere che vediamo le cose per come siamo e non per come sono non significa negare l’esistenza della verità. Significa riconoscere che il nostro accesso a quest’ultima è inevitabilmente limitato.

Questa consapevolezza può renderci più prudenti nei giudizi e più aperti al dialogo. Se accettiamo che il nostro sguardo è influenzato dalla nostra storia personale, diventa più facile ascoltare chi vede il mondo in modo diverso.
La maturità non consiste nel credere di possedere la realtà, ma nel sapere che ogni prospettiva ne coglie soltanto una parte.
Forse è proprio questo il messaggio che accomuna Kant, gli psicologi, gli artisti e Wong Kar-wai. La realtà non è un oggetto immobile che aspetta di essere osservato. È qualcosa che prende forma nell’incontro tra il mondo e il nostro sguardo.

E ogni sguardo, inevitabilmente, racconta prima di tutto chi siamo.