Dal Nobel per la Pace autoassegnato alla guerra globale: il paradosso politico di Trump tra propaganda, economia in affanno e rischi geopolitici
Di: Andrea Panziera
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A parità di pronuncia, leggo il significato della parola su uno dei migliori dizionari della lingua italiana: strambo, balordo, assurdo, bislacco, pazzoide, anormale, cervellotico, sconclusionato. Poi, traduco questi termini in un idioma milanese che compendia il tutto alla perfezione: pirla.
Francamente, dopo le ultime uscite del platinato zio Don, non mi viene a mente vocabolo, aggettivo o sostantivo, che possa rappresentarlo in maniera più efficace e veritiera. Giusto alcuni mesi fa si era arrogato il diritto di ritenersi il candidato più meritevole per l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, asserendo di aver posto termine a ben otto guerre, alcune delle quali note solo a lui. I Paesi coinvolti nelle altre lo avevano in gran parte smentito o avevano relegato il suo ruolo e quello degli USA a interventi marginali e non decisivi.
Ebbene, da allora, forse per vendetta o frustrazione, il tycoon ha spodestato il presidente di uno Stato sovrano “manu militari”, uccidendo un centinaio di persone ed ha scatenato una guerra i cui esiti nefasti, politici, sociali ed economici, potrebbero a breve sconvolgere la vita ad alcune centinaia di milioni di individui. Per l’inquilino della Casa Bianca, il Diritto Internazionale vale meno della carta igienica dopo l’uso; la sola legge che conta è quella imposta dal più forte e termini come etica, sovranità nazionale, umanità, sono solo parole fastidiose che andrebbero abolite dal vocabolario di ogni lingua.
Come era facile prevedere, il tanto sbandierato Board of Peace per Gaza si è rivelato uno “spottone ad usum delphini”, senza alcun concreto beneficio per la popolazione palestinese, la cui condizione esistenziale diviene ogni giorno che passa sempre più drammatica. Nessuna persona dotata di un minimo di buon senso e “pietas” può nutrire simpatie per Maduro o gli ayatollah, ma la logica della guerra come unico strumento per eliminare i regimi sgraditi, di qualsiasi specie e natura, totalitari o meno, incuranti delle conseguenze per i civili inermi di quei Paesi, in primis donne e bambini, non è assolutamente accettabile. Lo è ancora di meno se il corollario di queste efferatezze è lo sberleffo musicale che fa da sottofondo ai video di queste distruzioni, incluso quello della strage di scolare colpevoli solo di trovarsi in un edificio distante un centinaio di metri da un obiettivo militare.
Come valutare, se non patetica o demenziale, l’uscita del tycoon platinato che farfugliando parole in stato di visibile alterazione psichica, accusa gli iraniani di auto bombardamento, dopo che tutte le fonti massmediatiche USA sono concordi nel ritenere responsabili del massacro i militari statunitensi? Trovo infine sinceramente blasfema e mi chiedo quale sacra scrittura abbiano letto o da quale Vangelo apocrifo traggano ispirazione, la surreale immagine di quei pastori evangelici (meglio definirli pecorai) che, attorniando Trump, pregano per il successo della guerra.
Ora, non sono in grado di avanzare previsioni di sorta sulla durata del conflitto o sugli assetti geopolitici post bellici nel Medio Oriente; aldilà dell’ostentato trionfalismo esibito a White House, il rischio assai concreto, palesato da molti esperti di lungo corso, è quello che l’azione israelo – americana scoperchi un vero e proprio vaso di Pandora dalle conseguenze imprevedibili, economiche e non, i cui effetti postumi potrebbero andare ben oltre i confini locali, con uomini –bomba attivi ovunque. Ricordo per gli immemori che Pandora è una figura della mitologia greca; si narra che recasse con sé un vaso regalatole da Zeus, con l’ordine di lasciarlo sempre chiuso.
Tuttavia, spinta dalla curiosità, ella disobbedì e lo aprì. Da esso uscirono tutti i mali del mondo, che si avventarono furiosi sull’umanità. Sul fondo del vaso rimase solo la speranza, che non fece in tempo ad allontanarsi perché esso fu richiuso appena in tempo. In questi tempi molto bui sembra proprio che ci si debba aggrappare ad essa, confidando che una stilla di ragionevolezza, magari incentivata dall’esempio e dalla postura di qualche raro hombre vertical, immune al contagio del mero servilismo o alle sirene belliciste, faccia breccia nelle menti invero confuse e ondivaghe di molti leader mondiali. Ma una domanda attende una risposta ineludibile: perché passare in pochi mesi da una auto designazione al Nobel per la Pace alla guerra più ricca di incognite degli ultimi 50 anni? Non è che, come hanno affermato in molti, siamo in presenza di un plateale, palese, mortifero e pericoloso uso della più spudorata arma di distrazione di massa?
La guerra come evento – copertura per distogliere l’attenzione da una serie di insuccessi clamorosi, in politica interna come in quella estera; dalla sonora bocciatura della Corte Suprema sulla questione dazi, ai risultati macroeconomici, invero assai deludenti, ai sondaggi poco incoraggianti relativamente all’esito delle elezioni di mid term? Gli Stati Uniti hanno chiuso il 2025 con il PIL in crescita del 2,2%. Si tratta di un calo vistoso rispetto al 2,8% registrato nel 2024 dalla tanto criticata amministrazione Biden e, elemento assai negativo, con un incremento dei prezzi del carrello della spesa che ha messo in grande difficoltà un numero sempre crescente di nuclei familiari appartenenti al ceto medio.
I numeri macroeconomici ufficiali, incluse le ultime statistiche relative alla situazione del mercato del lavoro, segnalano un grande problema per Donald Trump in termini di credibilità verso il suo elettorato, a maggior ragione partendo dal presupposto che le stime diffuse nel corso dello shutdown e relative agli ultimi tre mesi dell’anno erano di tutt’altro tenore. Il dubbio che siano state più o meno scientemente taroccate è forte. Al Forum di Davos e in tutti gli interventi successivi lui aveva parlato di una nuova età dell’oro per l’economia americana.
Gli Stati Uniti, aveva proclamato, sono avviati verso “una crescita mai vista prima, probabilmente mai vista in alcun Paese”, avanzando l’ipotesi di un +5,4% su base annua, incurante delle stime del FMI, che andavano in tutt’altra direzione. Ora i numeri reali rappresentano una doccia fredda per la narrazione di Trump. La crescita del quarto trimestre 2025 pari all’1,4% è lontanissima dal 5,4% sbandierato a Davos e l’aumento annuale del 2025 al 2,2% fa ritenere addirittura ottimistica quella stimata dal FMI per il 2026 al 2,4%.
Tutto ciò, viepiù complicato dal dato sull’inflazione, sopra le attese, allontana la prospettiva di ulteriori tagli dei tassi di interesse nel breve termine. Anche sul fronte dazi i millantati successi si sono rivelati inganni e fumo negli occhi; a pagarne le conseguenze, in termini di rincari dei prezzi dei beni, sono stati soprattutto i cittadini americani. Il deficit commerciale USA a dicembre 2025 è salito a 70,3 miliardi, con una crescita di 17 miliardi rispetto a novembre. Le importazioni sono aumentate del 3,6% a 357,6 miliardi, mentre le esportazioni sono diminuite dell’1,7% a 287,3 miliardi.
Dopo la querelle con il suo vicino, l’export verso il Canada è sceso ai minimi dal gennaio 2022. Nel complesso, il 2025 si è chiuso con un deficit della bilancia commerciale di 901,5 miliardi, uno dei maggiori dagli anni ’60, in calo di un misero 0,2% rispetto all’anno precedente. Ma se guardiamo solo alla componente beni, esso è aumentato del 2,1% raggiungendo il massimo storico 1.241 miliardi di dollari. In definitiva, nonostante l’introduzione delle tariffe, le importazioni sono cresciute più delle esportazioni e autorevoli studi delle filiali locali della Federal Reserve certificano che a pagare il 90% dei dazi sono state in primis le imprese ed i consumatori americani. Chapeau, zio Don!
E allora, cosa c’è di meglio che una bella guerra per distogliere l’attenzione di una popolazione non certo in preda all’euforia da boom economico, facendo leva su incombenti minacce nucleari sventate appena in tempo dal commander in chief ? Il conto, al momento in termini di rincari dei costi dei beni energetici, lo pagheremo soprattutto noi cittadini europei, ma come avrebbe detto il Magnifico, “del doman non v’è certezza”, una volta che il vaso di Pandora è stato scoperchiato. Certo, rimane viva la speranza; in cosa e a quali condizioni, è una libera scelta che lascio volentieri ai lettori.



