Tra ambiguità europee e simpatie autocratiche: la visita di Orban a Roma come specchio delle contraddizioni della politica italiana

Di: Andrea Panziera

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L’unica traccia della recente visita romana di Viktor Orban rimane la sua scontata ma comunque sconcertante dichiarazione sull’Unione Europea, la quale a suo dire “non conta nulla, perché ha appaltato agli americani e ai russi la possibilità di risolvere la guerra in Ucraina”. In realtà, ha anche preannunciato le sue richieste a Trump tra le quali, oltre alla deroga per il suo Paese sul divieto di importazione di gas e petrolio russo, accolta dal tycoon per tutto il 2026, spicca quella di togliere le sanzioni al suo amico Putin, il quale a suo dire non sarebbe responsabile del conflitto, ma avrebbe agito solo per tutelare la sovranità della sua Nazione.

Ovvio che non ha specificato in quali modi l’Ucraina avrebbe attentato all’integrità politico – territoriale della Nazione russa, ma con grande probabilità per il pingue autocrate magiaro questo costituisce solo un dettaglio di scarsa importanza. Si è anche inalberato perché la libera stampa ha riportato in termini integrali le sue dichiarazioni, definendole false o estrapolate dal contesto (quale?), anche se le registrazioni audio purtroppo per lui confermano che quelle parole sono tutte uscite da quella sua vorace bocca divoratrice di gulasch. Della visita al Santo Padre non rimane alcun segno, se non la fredda espressione della foto di entrambi che certificano come meglio non si potrebbe una distanza abissale su tutti i temi oggetto di discussione.

Riguardo agli incontri con i nostri esponenti politici, le notizie non vanno aldilà di qualche commento di circostanza, se si eccettua il largo sorriso speso da qualche leader che milita nello stesso raggruppamento a Bruxelles, la cui denominazione spesso suona come un ossimoro. I “c.d. Patrioti”, se la memoria non m’inganna, dovrebbero essere coloro i quali pongono al primo posto fra i loro ideali l’amore e l’interesse per la propria Patria, incluso ovviamente quello economico.

Ora, è lecito chiedersi ove risieda per costoro la coerenza fra l’incensare il capo di un Paese che in termini di interscambio commerciale con l’Italia conta più o meno come il due di bastoni quando la briscola è a spade e nel contempo additare a giorni alterni al pubblico ludibrio i più importanti partner commerciali europei, che tutti assieme pesano per poco meno del 50% del nostro export.

Non è che i Patrioti tricolori sono un po’ strabici, o magari avrebbero bisogno di frequentare qualche corso di contabilità? Ai lettori trarre le conclusioni. Un’altra domanda sorge spontanea: è proprio inevitabile trattenere nel consesso dell’Unione europea simili figure che, ad ogni evidenza, altro non sono se non la quinta colonna di autocrati liberticidi, guerrafondai, brutali criminali aldilà di ogni ragionevole dubbio, alieni da ogni barlume di rispetto per qualsiasi regola democratica, in perenne conflitto con il diritto all’autodeterminazione dei popoli?

Di più; questi cortigiani del dittatore, oltre a mettersi di traverso in ogni delibera europea volta a contrastare l’azione del loro mentore politico, sono maestri dell’arte dello scrocco. Il saldo fra le somme versate dall’ Ungheria ed i quattrini ricevuti dall’Unione evidenzia un rapporto di circa 1 a 5, ossia la Nazione magiara incassa il quintuplo di quanto paga. Sul tema non si sono mai udite parole o riflessioni degne di nota da parte dei sodali orbaniani nostrani, il che porta inevitabilmente a formulare una ulteriore ed ineludibile domanda: quale Europa vuole la nostra classe politica, quella sbeffeggiata per la sua impotenza da chi la rende tale con veti e opposizioni continue, oppure quella delineata nei suoi ripetuti interventi da Mario Draghi, apprezzati a parole da una vastissima platea di convenuti ma ai quali non viene finora dato alcun seguito operativo?

A mio avviso il punto dirimente deve essere molto chiaro, eliminando ab origine ogni ambiguità: l’interesse italiano coincide con quello europeo ed ogni presa di posizione che proponga una qualche distinzione si traduce in un suo indebolimento. Da soli, i singoli Paesi non contano quasi nulla, neanche quelli più forti; assieme, in presenza di Parlamento che decide a maggioranza qualificata, abolendo il diritto di veto, deleterio e del tutto anacronistico, costituiscono una realtà in grado di affrontare qualsiasi sfida, nessuna esclusa. Chi non ci sta è libero di accomodarsi.

Tutte le evidenze confermano che questa è l’unica strada percorribile; chi ancora confida, per condivisione di valori o simpatie personali con il presunto “alleato forte” americano, sulla solidità dell’asse Roma – Washington, non ha capito che l’unico modus operandi praticato dall’attuale comandante in capo dell’amministrazione USA è quello di trattare con controparti deboli e accondiscendenti, senza curarsi del fatto che esse per 70 anni siano state i partner fedeli e compiacenti, sia sul versante politico che su quello economico.

“Divide et imperat”, nella sua accezione più cruda e fattuale. Per nostra fortuna, all’afasia di buona parte della nostra classe dirigente fa da contrappunto qualche sonoro ceffone che “Dozy Donald” riceve sempre più frequentemente a casa sua. La sua credibilità, stando ai sondaggi, è ai minimi storici e la recente elezione a sindaco di New York, con buona pace dei suoi fans, di un candidato che si proclama socialista, con programma che al primo posto prevede di attuare una drastica politica di redistribuzione della ricchezza a favore delle classi meno abbienti, non rappresenta una buona notizia.

Anche gli Stati con salde tradizioni conservatrici, come la Virginia, gli hanno voltato le spalle scegliendo la candidata democratica. Le lezioni di medio termine del prossimo anno rappresenteranno il termometro della salute del mandato presidenziale e ci diranno se siamo in presenza soltanto di un raffreddore passeggero o se la malattia ha assunto i caratteri di una forma maligna di polmonite, con tutte le conseguenze del caso. Viste le premesse, sarei più orientato a optare per questa seconda ipotesi e, a prescindere dal sicuro rammarico dei suoi fan italioti, penso che non avremmo molto di cui dolerci.