Il Superbonus edilizio, la cui ratio era contenere gli effetti negativi provocati dalla pandemia, è stato introdotto circa 3 anni fa

Di: Andrea Panziera

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Come noto il Superbonus edilizio sui lavori di ristrutturazione è stato introdotto circa 3 anni fa, con il Decreto legge n. 34, poi convertito con la Legge n. 77/2020. La sua ratio era quella di contenere gli effetti negativi provocati dalla pandemia sul mercato edilizio. Lo strumento adottato per perseguire tale obiettivo è stato la concessione di una detrazione d’imposta pari al 110% della spesa sostenuta sugli immobili residenziali, volta a realizzare interventi per ridurre il rischio sismico e migliorare l’ efficienza energetica delle abitazioni, nonché per consentire l’ installazione di pannelli per impianti fotovoltaici e di colonnine per ricaricare le auto elettriche. In seguito, il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza ha prorogato la vita del Superbonus al 31 dicembre 2022. In realtà, nell’annunciare questa decisione, l’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi aveva premesso che l’Esecutivo avrebbe in ogni caso tenuto conto “dei dati relativi alla sua applicazione nel 2021, con riguardo agli effetti finanziari, alla natura degli interventi realizzati, al conseguimento degli obiettivi di risparmio energetico e di sicurezza degli edifici”. Alla luce di quanto è successo in seguito, delle aspre discussioni e delle violente reazioni di questi giorni seguite ai provvedimenti di modifica adottati dal Governo attualmente in carica, appare evidente che la riserva annunciata da Draghi scaturiva dalla necessità di una attenta valutazione ex-post dell’impatto di questa misura sui Conti Pubblici, valutazione che per essere realistica necessitava di tempo e dati certi. Inoltre, sempre facendo riferimento alle parole pronunciate allora dall’ex Presidente della BCE, si sarebbe dovuto evitare che l’utilizzo delle risorse disponibili diventasse “debito cattivo” e non “debito buono”. “Per esempio, si fa debito buono se, oltre a sostenere l’occupazione e l’economia, la misura aiuta anche a fronteggiare i problemi del degrado urbano e le esigenze di carattere sociale”. Ebbene, formulare un giudizio complessivo sull’impatto e sull’efficacia che il Superbonus edilizio ha avuto sul nostro sistema economico e sociale, stante la guerra mediatica che si è scatenata fra le forze politiche dopo i cambiamenti recentemente introdotti dal Governo, è impresa possibile solo a condizione di interpretare i numeri con estrema attenzione, evitando abbagli o superficialità veicolate da analisi un po’ frettolose, ovvero da partigianeria palese od occulta per gli opposti schieramenti. Su un dato non paiono esservi dubbi possibili: continuando con la vecchia normativa senza alcun tipo di correttivo, ben presto ci saremmo trovati in una situazione di piena emergenza finanziaria. Non si tratta di una mia affermazione, bensì del Direttore Generale delle Finanze, il quale ha recentemente dichiarato che, rebus sic stantibus, nel 2023 il fabbisogno necessario a mantenere inalterato il Superbonus sarebbe stato pari a 61 miliardi di euro, circa 25 in più rispetto a quanto programmato. Detto questo, il Decreto Legge emanato 16 febbraio ha eliminato la possibilità di usufruire delle agevolazioni fiscali, tramite le modalità dello sconto in fattura e della cessione del credito. Nei fatti, aldilà delle rassicurazioni del Ministro dell’Economia riguardo la permanenza degli altri meccanismi, eliminando la possibilità dello sconto in fattura e della cessione del credito, i soli che oggettivamente possono avvalersi della agevolazione residua, cioè della detrazione della spesa in sede di dichiarazione dei redditi, sono i contribuenti cosiddetti capienti, ovverosia quelli con redditi medio – alti. Infatti, d’ora in avanti sarà possibile solo riportare il 90% delle spese per il Superbonus spalmando l’importo totale su quattro anni. Chi ha un reddito basso e paga poche imposte non riuscirà a detrarre, se non in minima parte, le sue spese e quindi a beneficiare dell’agevolazione. Questa è la situazione ad oggi e si vedrà se e quali conseguenze porterà l’interlocuzione in corso fra le parti. Ma veniamo al pregresso e ad una valutazione sul merito. Una osservazione preliminare: con lo sconto in fattura del 110% lo Stato di fatto garantiva, a proprie spese, ai proprietari delle abitazioni una rivalutazione del loro patrimonio immobiliare a titolo totalmente gratuito, con un quid in più (il 10%) che verosimilmente è servito, diciamo così, per incentivare la partecipazione degli altri attori in commedia, imprese e banche. Qual è il vulnus implicito in questo disegno? Che questo meccanismo, per come era congegnato, ha provocato la remissione di qualsiasi forma di controllo sulla congruità dei prezzi praticati nelle diverse fasi delle operazioni. Tanto, se paga lo Stato, perché farsi carico dell’adeguatezza del costo dei materiali, della durata dei lavori, degli onorari di perizie e consulenze e quant’altro? Le cronache raccontano che in molti ci hanno marciato e una ricognizione in valore dei misfatti condurrebbe a risultati a mio parere sorprendenti e sconfortanti. Ma veniamo ai numeri sui quali si sta furiosamente litigando, ovverosia quelli riguardanti gli effetti sulla crescita del PIL che sono scaturiti dalla introduzione del Superbonus. Coloro i quali lo hanno promulgato si fanno forti di un Rapporto del Censis, secondo il quale da agosto 2020 ad ottobre 2022 esso avrebbe promosso un consistente incremento di investimenti nel settore edile, i quali a loro volta, grazie ad effetti a cascata su altri comparti, si sarebbero tradotti in un aumento del PIL di circa 73 miliardi. Tutto ciò, a fronte di una spesa effettiva per le casse dello Stato di circa 18 miliardi, risultante dal costo della misura del 110%, pari a poco meno di 61 miliardi, a cui vanno sottratti i maggiori introiti fiscali, valutati in 43 miliardi. Vista così, si sarebbe trattato di un successo, magari meno eclatante di qualche narrativa, ma sicuramente non così impattante sui Conti pubblici, come raccontato da altre voci, che parlano di buco potenziale di oltre 100 miliardi euro. Tuttavia l’Istat, per lo stesso periodo preso in considerazione dal Censis, fornisce numeri alquanto differenti e decisamente meno significativi. Per quanto concerne la mole degli investimenti del settore abitativo, quelli focalizzati dal 110%, il dato dell’Istituto di Statistica è esattamente la metà rispetto alla cifra del Censis. Ancora più stridente è la divergenza sugli effetti indotti. Eurostat, che si avvale di modelli molto raffinati che supportano una normativa assai precisa al riguardo, li stima in una percentuale di gran lunga inferiore a quella ipotizzata dal Censis. Sulla stessa lunghezza d’onda di Eurostat si pongono anche il Consiglio e la Fondazione dell’Ordine dei dottori commercialisti, secondo i quali il maggior gettito indotto dal Superbonus sarebbe pari al 43% dell’esborso dello Stato. Traduzione: ogni euro di spesa per la misura del 110% avrebbe generato un ritorno fiscale di 43 centesimi ed un deficit aggiuntivo di 57. La questione è proprio questa; se non è corretto affermare che provvedimenti come il Superbonus edilizio sono responsabili nell’immediato dell’aumento del rapporto Debito/PIL, cresciuto enormemente nel biennio 2020-2022, è altrettanto sbagliato disconoscere che, in mancanza di coperture adeguate, essi procurano deficit e quindi nel tempo nuovi debiti. A meno che …. Come assai acutamente nel suo blog, Phastidio.net, argomenta l’economista Mario Seminerio, è altamente probabile che l’intento, invero neanche tanto recondito, degli ideatori prima e difensori ad oltranza in seguito, della politica dei Bonus e della circolazione dei relativi crediti fiscali fosse un altro; ci troveremmo di fronte al tentativo di creare una sorta di moneta fiscale parallela all’euro ma fuori dal controllo della BCE, la cui circolazione sarebbe circoscritta al nostro Paese. Insomma, un tentativo di dribbling in piena regola all’Istituto di emissione comunitario. Con, aggiungo io, il retro pensiero di aver trovato una apparentemente comoda via di fuga dai vincoli di Bilancio che viene scodellata dopo trent’ anni di Politiche economiche quantomeno improvvide. Che dire? “La fantasia al Potere!” Peccato che i Mercati non apprezzino le presunte trovate d’ingegno e di immaginazione ne abbiano davvero poca; se a loro giudizio i conti non tornassero, in pochi istanti ci riporterebbero alla cruda realtà.