Gli studenti serbi sfidano Vučić e trasformano la protesta in una svolta politica, nel nome della giustizia e della democrazia.

Di: Elisa Cocco

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BELGRADO — La mobilitazione studentesca che per mesi ha attraversato la Serbia si traduce in un risultato elettorale destinato a segnare la politica del Paese. Il 25 ottobre 2026, la lista sostenuta dagli studenti ha ottenuto, secondo i risultati riportati, il 52,7% dei voti e 139 seggi su 250, superando l’alleanza guidata dal Partito progressista serbo di Aleksandar Vučić, ferma al 39,2%. Un esito che mette in discussione anni di predominio politico e porta al centro dell’agenda nazionale le richieste di trasparenza, responsabilità istituzionale e contrasto alla corruzione. Per il movimento studentesco si apre ora la sfida di trasformare il consenso raccolto nelle piazze e alle urne in un programma politico concreto.

Questa vittoria non nasce da una campagna elettorale convenzionale, né dall’ascesa improvvisa di un singolo leader. È il punto d’arrivo di una mobilitazione cominciata quasi due anni fa, dopo la tragedia del primo novembre 2024, quando il crollo della tettoia della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di 16 persone. Da quel momento, la richiesta di giustizia e trasparenza si è trasformata in una contestazione più ampia, rivolta alle responsabilità istituzionali, alla corruzione denunciata dai manifestanti e alla gestione del potere.

La tragedia di Novi Sad ha rappresentato una ferita profonda per la società serba. Non soltanto per le vite spezzate, ma anche per le domande che ha lasciato senza risposta nella coscienza collettiva: chi controlla la sicurezza delle opere pubbliche? Chi vigila sull’utilizzo delle risorse? E soprattutto, chi è chiamato a rispondere quando le istituzioni vengono meno alle proprie responsabilità? Gli studenti hanno trasformato questi interrogativi in una richiesta pubblica di verità, rifiutando che il dolore si esaurisse nella commemorazione delle vittime.

Al centro della protesta è finito Aleksandar Vučić, figura dominante della politica serba dal 2014, prima come primo ministro e poi come presidente. Gli studenti hanno chiesto maggiore trasparenza, responsabilità per la tragedia di Novi Sad e istituzioni meno esposte alle interferenze politiche. Il governo ha respinto le accuse di corruzione e autoritarismo, ma la mobilitazione ha continuato a crescere, coinvolgendo cittadini, professori, lavoratori e intere comunità. La contestazione ha così superato i confini universitari, diventando una questione nazionale.

La forza del movimento è stata la capacità di trasformare l’indignazione in partecipazione. Assemblee universitarie, blocchi delle facoltà e manifestazioni pacifiche hanno costruito una rete civile che non dipendeva da un unico volto o da una leadership tradizionale. La scelta di presentarsi alle elezioni ha segnato il passaggio decisivo. Gli studenti non si sono limitati a chiedere un cambiamento, ma hanno cercato di costruire le condizioni affinché quel cambiamento potesse realizzarsi attraverso gli strumenti democratici.

È qui che risiede il valore più profondo di questa vicenda. In un’epoca in cui i giovani vengono spesso descritti come distanti dalla politica, individualisti o incapaci di incidere sulle decisioni collettive, gli studenti serbi hanno dimostrato che partecipare significa assumersi una responsabilità verso la comunità. Hanno sottratto spazio alla rassegnazione e ricordato che il dissenso non è un elemento di disturbo della democrazia, ma una delle sue condizioni essenziali.

La vicenda serba riguarda anche il resto d’Europa. Ricorda che la democrazia non si esaurisce nel voto, ma vive nella possibilità di chiedere conto a chi governa. Quando questo elemento viene messo in discussione, la partecipazione civile diventa uno strumento essenziale per difendere lo spazio pubblico. E quando una generazione decide di impegnarsi per il futuro del proprio Paese, ignorarne le richieste significa sottovalutare una delle risorse più importanti di qualsiasi società: la coscienza critica dei suoi cittadini.

 

La forza degli studenti, in definitiva, non sta nell’essere giovani né nell’essere necessariamente nel giusto su ogni questione. Sta nell’aver costruito una forma di partecipazione che ha costretto il Paese a confrontarsi con domande rimaste a lungo al centro del malcontento pubblico. La prova più significativa sarà ora la coerenza tra le richieste avanzate e le decisioni prese.

Perché il cambiamento politico non si esaurisce nel momento in cui un equilibrio si rompe. Comincia davvero quando le ragioni che hanno portato le persone a mobilitarsi diventano criteri concreti per amministrare, controllare e rendere conto delle proprie scelte. È su questo terreno che si misurerà il futuro della mobilitazione serba.