Dalle oscillazioni di Trump alle ingerenze internazionali, fino alla narrazione sui migranti: quando la confusione diventa uno strumento di potere
Di: Andrea Panziera
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“La guerra è finita, ora trattiamo le condizioni di pace. O forse no, meglio aspettare ancora qualche giorno, non si sa mai”. Sembra l’incipit del resoconto di un cronista un po’ schizofrenico, ma è più o meno la sintesi dei servizi di apertura di ogni Tg da alcune settimane in qua. Tradotto: si tratta della tipica affermazione da prendere con il classico beneficio di inventario, perché tutto potrebbe mutare nel giro di una notte o, addirittura fra qualche minuto, mentre sono assiso davanti alla tastiera e scrivo questo pezzo.
Chi può dire cosa accadrà da qui a qualche ora? In tutta onestà, nessuno. Ops, mi sovviene un improvviso sussulto, quasi certamente sto sbagliando; i broker di Trump & Co , dei figli, cognati, sodali e membri del cerchio magico, sanno perfettamente come stanno realmente le cose e si muovono di conseguenza. Non è certo un caso se, a dispetto di prove praticamente inconfutabili riguardanti compravendite a Wall Street che definire sospette suona come un eufemismo, non si parli più di insider trading.
Una volta negli USA era considerato un reato più grave dello stesso omicidio; oggi, anche grazie ad un presidente della SEC (l’Organo di Vigilanza) storico amico di Trump, è derubricato ad una sorta di variante meno aleatoria del gioco dell’oca. Mi sorge un dubbio: vuoi vedere che il platinato inquilino della Casa Bianca il quale, invertendo le due sillabe della parola Cultura, ha divulgato “urbi et orbi” il suo sommo disprezzo per la medesima, assimilandola ad una sorta di tappo da usare in caso di eccessi intestinali, ha letto la Canzona di Bacco? Se la notizia fosse vera, andrebbe riportata a caratteri cubitali sulle prime pagine di tutti i giornali. Qual è la scaturigine del mio amletico dubbio?
La prassi quotidiana del “dico e poi contraddico”, che Lorenzo il Magnifico, autore della celebre Canzona, ha sintetizzato nella celeberrima “chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”. A detta di tutti gli esseri cogitanti, anche non umani, il tratto distintivo di quest’anno e mezzo di presidenza del tycoon è la sua forte instabilità: in un giorno di particolare vena è riuscito a pronunciare otto dichiarazioni a distanza di meno di un’ora l’una dall’altra, in cui quella successiva affermava l’esatto contrario di quella precedente.
Penso si tratti di un record mondiale destinato a durare a lungo, che solo lui sarà in grado di battere. Il problema è che, aldilà della incontinente loquacità, la sostanza presenta implicazioni potenzialmente dirompenti. In una delle sue ultime apparizioni, nel corso dell’annuale discorso alla Nazione, ha pronunciato parole che suonano come un vero e proprio attacco al sistema democratico americano, parlando di una fantomatica falla che inficerebbe la sicurezza del meccanismo elettorale degli Stati Uniti.
A suo dire, il vulnus renderebbe i risultati del voto manipolati e manipolabili, per l’interferenza attiva della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord. Tutto ciò si somma al tradimento del c.d. deep state (lo Stato profondo), che è a conoscenza della frode e la nasconde, nonché alla complicità dei grandi media, che non rivelerebbero la verità, «perché fanno tutti parte della cospirazione».
Queste frasi deliranti vanno oltre l’ormai ben nota rivendicazione della «vittoria rubata» da Biden; quello che viene messo in discussione è il rapporto fiduciario tra elettori e eletti, il rispetto della scelta popolare, la legittimità dei rappresentanti al Congresso e quindi i limiti dei poteri del Presidente. Perché se il risultato della consultazione è contraffatto, non rispecchia il volere del popolo; di conseguenza crollano i presupposti dei Principi cardine della democrazia, la quale si palesa come un grande inganno ed a quel punto tutto può succedere.
Parole in libertà, mere supposizioni? In uno dei suoi recenti e più controversi discorsi, Trump ha parlato di hacker stranieri, soprattutto ma non solo cinesi, in grado di manipolare il voto, con un focus particolare su quello espresso per posta. La sua dura intemerata si è conclusa con la richiesta di abolirlo, proposta formalizzata con il Save America Act . A poco più di tre mesi dall’elezione di Midterm, la strada imboccata dal tycoon e dal suo entourage sembra proprio questa: appiccare il fuoco ai valori sui quali si fonda il sistema, proclamandone l’inaffidabilità e quindi l’inutilità, proponendosi nel contempo come l’alternativa forte e salvifica.
Molti esperti avanzano già l’ipotesi, che io ritengo ampiamente plausibile, che le consultazioni del prossimo novembre non si terranno affatto, magari invocando lo stato di guerra con l’Iran o adducendo pretesti di altra natura. A quel punto, la domanda sulla reale esistenza in vita della democrazia USA diverrebbe più che legittima. Come non collegare questa narrazione da “Delenda Carthago” all’assalto del Campidoglio nel gennaio 2021, ad ogni evidenza un atto di vera e propria eversione politica, i cui responsabili sono stati tutti graziati ed omaggiati come veri patrioti dal tycoon?
Le sue parole di allora furono inequivocabili: “Se non combattete come dannati, non avrete più un Paese: andate al Campidoglio per dare ai repubblicani, compreso il vicepresidente Pence (definito più volte codardo), l’orgoglio e il coraggio di cui hanno bisogno perché possiamo riprenderci il nostro Paese”.
Allora, quale sarà il prossimo passo, se non far saltare le votazioni di metà mandato, che per l’attuale amministrazione USA potrebbero rivelarsi una vera e propria Caporetto? Nel frattempo Elon Musk, prima amico e sodale di Trump, poi avversario corrucciato, ora di nuovo nelle sue grazie, assiste all’inabissamento borsistico della sua ultima creatura SpaceX, che in tre settimane rispetto ai massimi ha perso il 50% del suo valore, passando da 225 a 112 $ per azione. Per consolarsi, non ha trovato niente di meglio da fare che pontificare sulle vicende di cronaca italiane, in particolare su quella del gioielliere sceriffo Mario Roggero, condannato a 14 anni e 9 mesi per il duplice omicidio dei rapinatori in fuga (il minimo della pena per questi casi).
Liberatelo, chiede il padrone della Tesla e mettete in galera i giudici. Ora, pur concedendo tutte le attenuanti del caso, parlare di legittima difesa quando si spara ad una persona ferita a terra, prendendola a calci in testa, pare un tantino esagerato. A meno che le scusanti di cui sopra non assumano una portata tale da configurare una “legittima offesa”, ma in questo caso crollerebbe l’intera impalcatura del nostro Codice Penale, con un rischio di deriva stile Far West difficilmente contenibile.
Impensabile una proposta di riforma che vada in questa direzione, obbietterà qualcuno. Errore, perché qualcun altro ne ha appena presentata proprio una analoga. Leggiamola assieme: “In caso di aggressione a mano armata all’interno del proprio domicilio o del proprio esercizio commerciale, ogni reazione posta in essere nell’immediatezza del fatto da chi subisce l’aggressione è non punibile, indipendentemente dalla proporzionalità dei mezzi usati, dalla persistenza del pericolo e dalla natura strettamente difensiva della condotta”.
Insomma, un’estensione delle prerogative di Charles Bronson, senza limiti o autorizzazioni soltanto notturne. Il tema delle incursioni di Musk o dell’establishment a stelle e strisce negli affari interni dei Paesi europei in realtà sta diventando una costante, a volte palese e sguaiata, altre sotto traccia, con Paesi terzi che si prestano a fare da fronting per conto loro. Illazioni gratuite? Vediamo quanto è accaduto alcuni giorni fa a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco.
Molti osservatori hanno parlato di ripicca di Rabat contro Madrid, colpevole di riavvicinarsi ad Algeri, suo storico ed acerrimo nemico, stringendo accordi commerciali volti ad incrementare le forniture di gas provenienti dall’Algeria. Sullo sfondo, ci sarebbe anche la questione del Sahara Occidentale, ex colonia della Spagna, occupato stabilmente per l’80% dal Marocco, che se lo contende con il Fronte Polisario, un movimento politico locale che da molti anni lotta per l’autodeterminazione di quel territorio.
Come avrebbe chiosato Giulio Andreotti, “siccome a pensar male si fa peccato ma spesso non si sbaglia”, potrebbero essere questi i motivi che hanno provocato, ovvero agevolato, il recente afflusso massiccio di migranti a Ceuta; una deliberata assenza di controlli alla frontiera marocchina ed un neanche tanto velato incentivo agli affluenti ad andare dall’altra parte. Inoltre, esiste una ragione di fondo che spinge quei ragazzi a nuotare in alto mare fino a quelle spiagge europee in terra africana, spesso lasciandoci le penne: il loro Paese, che registra una forte crescita economica nel primo trimestre di quest’anno (+4,6%), non crea sufficienti posti di lavoro per le giovani generazioni, le quali cercano fortuna altrove.
Che questa mia personale interpretazione degli avvenimenti non sia affatto peregrina, sono proprio fonti marocchine dell’ opposizione a confermarlo: “Le autorità hanno lasciato deliberatamente passare i migranti. C’è la tendenza discutibile a utilizzare la migrazione e la disperazione dei giovani per mettere in imbarazzo il governo spagnolo e fargli capire quando le cose non piacciono a Rabat”.
Di più, il Marocco è il più fedele alleato di Trump nell’area. Alla luce dei suoi immediati post sui social e delle prese di posizione dei suoi aficionados internazionali “all inclusive” riguardo ai fatti di Ceuta, si può affermare che essi, provocati o meno dal Marocco, sono stati anche un gradito cadeau nei suoi riguardi: un ottimo pretesto per criticare aspramente la Spagna ed il suo leader, il più risoluto nel prendere posizione nella guerra contro l’Iran.
Ora, dal momento che l’apocalisse da migrante non si è materializzata, che a breve il trattato di Schengen dovrebbe ritrovare la sua piena attuazione (si spera), mi siano consentite due considerazioni finali “pro veritate”, seguite subito dopo da un modesto suggerimento. Accusare la Spagna di concedere troppo facilmente la cittadinanza ai migranti clandestini è falso; il Paese iberico ha regolarizzato con decreto la posizione di chi risiedeva da tempo nel Paese e lo ha fatto rilasciando un permesso di soggiorno e di lavoro (non la cittadinanza) alle persone senza precedenti penali presenti in territorio spagnolo da almeno 5 mesi prima del 31 dicembre 2025. Accusare il primo ministro Sanchez e il suo governo di agevolare l’immigrazione illegale di massa in Europa è un’idiozia contraddetta dai numeri.
Le politiche migratorie del governo socialista spagnolo hanno ridotto il flusso di migranti clandestini del 36% rispetto al 2025 e del 40% rispetto al 2024. Tra il 2021 e il 2026 i dati ufficiali internazionali, mai smentiti da nessuno, dicono che i migranti clandestini che hanno raggiunto l’Europa attraverso l’Italia sono stati 478.600 contro i 234.760 della Spagna.
Nel solo 2025 gli ingressi irregolari registrati in Italia sono stati 66 mila contro i 36 mila della Spagna. Ora, prima di avventurarsi in “alert” assurdi e immotivati, scimmiottando le prese di posizione del caro zio Don sul rischio di apocalissi imminenti, non sarebbe il caso di leggere i numeri e magari studiare un po’ di geografia, giusto per evitare topiche clamorose, collocando in Europa luoghi che si trovano su un altro Continente? Se si presentasse all’esame di maturità con queste nozioni, qualche politico in carriera correrebbe il rischio di raggiungere a stento l’insufficienza.



