La mostra in Via Altinate racconta l’arte di M. C. Escher attraverso “Relativity” e i suoi mondi impossibili.
Di: Elisa Cocco
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A pochi passi dal flusso quotidiano del centro storico, la mostra dedicata a M. C. Escher in Via Altinate non è soltanto un’esposizione d’arte. È un attraversamento mentale. Un invito a mettere in dubbio ciò che vediamo, ciò che crediamo stabile, persino il concetto stesso di realtà.
In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dalla distrazione permanente, le opere di Escher riescono ancora a produrre qualcosa di raro: il rallentamento dello sguardo. Lo spettatore si ferma, osserva, torna indietro, dubita di ciò che ha appena visto. È un’esperienza quasi fisica, perché davanti alle sue costruzioni impossibili il cervello cerca disperatamente un ordine che continua a sfuggire.

La mostra in Via Altinate accompagna il visitatore dentro questo smarrimento controllato. Sala dopo sala emerge il percorso di un artista che non appartiene davvero a nessuna categoria tradizionale. Escher non è stato soltanto illustratore, incisore o matematico visivo. È stato soprattutto un esploratore della percezione.
L’ordine è ripetizione di unità. Il caos è molteplicità senza ritmo.
Tra le opere centrali dell’esposizione spicca naturalmente “Relativity“, litografia del 1953 divenuta una delle immagini più celebri del Novecento.

In quell’opera, uomini e donne percorrono scale che sfidano ogni logica gravitazionale. I soffitti diventano pavimenti, le pareti si trasformano in direzioni percorribili, l’alto e il basso cessano di avere un significato assoluto. Ogni figura vive all’interno di un proprio sistema di orientamento. Nessuno sembra accorgersi dell’assurdità dell’insieme.
Ed è proprio qui che Escher smette di essere soltanto un artista visionario e diventa straordinariamente contemporaneo.
La relatività di cui parla Escher non è quella scientifica di Albert Einstein, anche se inevitabilmente il richiamo culturale esiste. È una relatività percettiva ed esistenziale. L’idea che ogni individuo abiti una realtà diversa pur condividendo lo stesso spazio.
Oggi questa intuizione appare quasi profetica. Viviamo immersi in flussi continui di informazioni, opinioni, immagini e narrazioni contrastanti. Ognuno costruisce il proprio orientamento dentro una realtà sempre più frammentata. Le architetture impossibili di Escher sembrano anticipare il nostro presente digitale: mondi paralleli che convivono senza toccarsi davvero.
Eppure dietro queste immagini geometricamente perfette si nascondeva una vita segnata dall’inquietudine.

Escher nacque nei Paesi Bassi nel 1898, ma fu profondamente legato all’Italia. Visse a lungo a Roma, rimase affascinato dai paesaggi della Sicilia e dalle geometrie naturali dei borghi italiani. Molte sue prime incisioni nascono proprio dall’osservazione quasi ossessiva di paesaggi, rocce, scale, castelli e prospettive urbane.
Ma l’ascesa del fascismo e il clima sempre più oppressivo dell’Europa degli anni Trenta lo spinsero a lasciare l’Italia. Da quel momento iniziò una lunga fase di spostamenti e isolamento. Anche artisticamente Escher rimase spesso sospeso in una terra di nessuno: troppo matematico per essere accolto pienamente dagli ambienti artistici tradizionali, troppo intuitivo e poetico per il mondo accademico scientifico.
Questa condizione marginale, quasi di estraneità, attraversa tutta la sua produzione.
Le sue opere non rassicurano mai davvero. Anche quando sembrano ordinate, nascondono un cortocircuito. È evidente in “Drawing Hands“, dove due mani si disegnano reciprocamente in un paradosso senza origine né fine.

Osservando queste immagini oggi è difficile non pensare alla ripetizione meccanica della vita contemporanea, ai circuiti chiusi dell’informazione, alla sensazione collettiva di movimento continuo senza una reale direzione.
La forza della mostra in Via Altinate sta proprio nel riuscire a restituire Escher non come semplice autore di illusioni ottiche da manuale scolastico, ma come interprete radicale della modernità. Le sue opere parlano di instabilità, di identità mutevoli, di realtà multiple. Parlano della difficoltà di trovare un centro in un mondo che cambia continuamente prospettiva.
E forse è questo il motivo per cui il pubblico continua a sentirsi attratto dalle sue immagini. Non perché siano soltanto “impossibili”, ma perché raccontano una verità molto concreta: la realtà dipende spesso dal punto di vista da cui la osserviamo.
Uscendo dalle sale della mostra resta una sensazione sottile ma persistente. La percezione che l’ordine che cerchiamo ogni giorno possa essere fragile, provvisorio, forse persino illusorio. E che dentro le scale infinite di Escher ci sia, in fondo, anche qualcosa della nostra condizione contemporanea: il tentativo incessante di trovare equilibrio in un mondo che cambia direzione mentre lo stiamo ancora attraversando.
Chi si meraviglia scopre che questo è il segreto della creatività.



