Tra memoria delle sconfitte e assenza di riforme, il declino del calcio italiano racconta più di una semplice eliminazione.
Di: Andrea Panziera
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Da giorni la notizia di apertura di tutti i TG nazionali è l’ennesima eliminazione della nostra Nazionale di Calcio dalla fase finale dei mondiali. Ormai è diventata un’abitudine consolidata, visto che è la terza volta consecutiva che accade. Quindi sono esattamente dodici anni che la nostra compagine, la quale questa competizione l’ha vinta per ben quattro volte, non sarà fra le 48 partecipanti. E allora vai con le immagini dei naufragi sportivi di un tempo. Dall’eliminazione del 1966 ad opera di tale Pak Doo Ik, un militare nord coreano prestato pro tempore al calcio, il cui beffardo diagonale ci estromise dai mondiali inglesi. Poi otto anni dopo, la sconfitta contro la Polonia di Lato e Deyna, che invero era una squadra ben più forte degli asiatici.
Al ritorno degli azzurri, fischi e pomodori a profusione. Ora, tutte le verdure, visti i relativi costi, vengono risparmiate, ma le polemiche divampano. Ad alimentarle anche alcune incaute dichiarazioni dal sen fuggite all’ormai ex presidente della FIGC Gravina che, aldilà di qualche improvvida frase, non è sicuramente il principale colpevole della disfatta, così come non lo sono l’allenatore o lo staff tecnico. Tutti ora parlano di rifondazione necessaria e indifferibile, ma agli immemori ricordo che si tratta degli stessi discorsi pronunciati dopo le precedenti eliminazioni. A questo punto è lecito chiedersi quali provvedimenti siano stati adottati nell’ultimo decennio. Chi segue con un minimo di interesse le vicende pallonare, conosce benissimo il basso livello di competitività delle nostre squadre di club in quasi tutte le principali competizioni internazionali. Negli ultimi anni, a parte rarissime eccezioni, abbiamo rimediato soltanto brutte figure, anche con avversari non certo di primissimo livello.
Da 16 anni non vinciamo una Champions League e l’ultima finale a cui abbiamo partecipato ha visto la mia squadra del cuore perdere in modo netto ed anche imbarazzante, per il divario tecnico e agonistico palesato dai calciatori in campo. In tutto questo mare di acclarata mediocrità, poteva mancare la voce stridula e sgangherata della nostra classe politica? Quando mai!
La colpa è dei troppi stranieri, troppi soldi, troppo pochi giovani. Ma qualcuno di questi Soloni a sproloquio ritardato, si è mai veramente interessato all’evoluzione e allo stato attuale del settore giovanile? O ha mai realmente pensato a esaminare e nel caso copiare i modelli esteri che funzionano, come quello tedesco, ma non solo? Il Bayern Monaco da molti anni occupa posizioni di vertice in Germania e in Europa, ha un florido settore giovanile, su cui investe moltissimo e vanta bilanci che fanno impallidire quelli delle nostre squadre, con il 33° utile consecutivo raggiunto nel 2025.
Prima di impalcarsi nel ruolo di esperti o giudici, con l’unico risultato di sparare sentenze “ad minchiam”, non sarebbe il caso di studiare i metodi e le azioni concrete di quelli più bravi di noi e prendere esempio da loro? Come direbbe il Crozza – Zaia , è il caso di rifletterci sopra, altrimenti rischiamo di rinverdire il famoso proverbio: “non c’è due senza tre ed il quarto vien da sé”. E parliamo di 2030, ma viste le premesse, un replay è tutt’altro da escludere.



