Un bilancio del governo? Il difficile viene adesso. I prossimi mesi saranno decisivi per comprendere e valutare come il nostro Paese uscirà dalla crisi

Di: Andrea Panziera

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Forse può apparire ancora prematuro stilare un bilancio di questa esperienza di Governo. Esperienza invero assai anomala per quanto concerne non soltanto la composizione della maggioranza, ma soprattutto l’ampiezza della stessa.

A dire il vero, anche l’opposizione, dopo un iniziale e scontato innalzamento dei toni, sembra più che altro marcare il terreno con alcune battaglie identitarie. Giusto per dare un segnale dell’esistenza in vita. In realtà, sui principali temi sostanziali, in primis quelli economici, i distinguo a ben vedere assumono più che altro la conformazione di parole d’ordine un po’ fini a se stesse. Sono privi di contenuti realmente differenzianti ovvero alternativamente operativi.

Un mondo nuovo

Al momento, mi si passi il termine, al di là di schermaglie di schieramento, siamo in presenza di una “entente cordiale” quasi unanimemente condivisa e accettata. Super Mario ha compiuto il miracolo? A mio avviso, la questione è un po’ più complessa. Certo, fatti salvi gli indiscutibili meriti del Presidente del Consiglio, che in questi mesi ha a più riprese dato prova di essere un vero politico di razza, oltreché un tecnico apprezzato dalla business community internazionale.

Con ciò intendo affermare che il difficile viene adesso: i prossimi mesi saranno decisivi per comprendere e valutare come il nostro Paese uscirà dalla crisi. Contrariamente al pensiero comune, dopo quanto accaduto non sarà sufficiente “rimettere in moto il motore” e riprendere tutto come prima.

In questo anno e mezzo, il mondo è profondamente cambiato; e, soprattutto, è mutata la nostra situazione economica. Tradotto in termini espliciti, non ci possiamo permettere certe “leggerezze”, se così vogliamo chiamarle, che nel passato hanno fatto dell’Italia un modello assai poco virtuoso e da non imitare. Di esempi se ne potrebbero fare parecchi, ma mi limiterò ad alcune questioni dirimenti che in queste settimane sono oggetto di dibattito.

Fisco

Come ben sanno gli esperti della materia, il sistema tributario è un meccanismo complesso, altamente interconnesso. A prescindere dai giudizi di merito su alcune proposte sicuramente condivisibili, tra cui la ormai nota “dote culturale” a favore dei giovani, finanziata con un prelievo sulle successioni dei grandi patrimoni, non sono convinto che un singolo intervento sia una buona idea. Una riforma complessiva avrebbe infatti il pregio dell’organicità e silenzierebbe le lobby di ogni colore e natura.

Sempre a proposito di Fisco, va salutato con grande soddisfazione l’accordo raggiunto dai Ministri delle Finanze del G7 sulle imposte alle multinazionali, in primis quelle operanti sul web. Gran merito va ascritto alla nuova politica multilaterale degli Stati Uniti, la cui amministrazione ha abbandonato il rozzo populismo di quella precedente.

Tutto risolto, quindi? In teoria, . Perché giganti come Apple, Google, Microsoft e Facebook dovranno pagare più tasse negli Stati dove svolgono la propria attività e ottengono profitti. Gli USA hanno negoziato un’intesa che prevede un’aliquota minima del 15% a livello globale, e ciò consentirà di evitare la fuga delle Big a stelle e strisce nei paradisi fiscali; di contro, l’Unione europea dovrà riuscire a mettere in riga i suoi “discoli” interni, come Olanda, Irlanda, Lussemburgo, Ungheria, e nel contempo dovrà fare attenzione a chi, al di fuori del perimetro continentale, si avvarrà del dumping fiscale per attirare le imprese.

Facile a dirsi, ma probabilmente molto meno agevole da attuarsi. Breve chiosa sulle varie proposte che vorrebbero l’introduzione della cosiddetta “tassa piatta”, un’aliquota uguale per tutti i contribuenti. Tralascio il giudizio riguardo alla morte dell’equità fiscale; tuttavia, non posso esimermi dall’invitare i suoi propugnatori, indomiti seguaci di Laffer, a verificarne gli effetti laddove applicata, soprattutto con riguardo al bilancio dello Stato e al Debito Pubblico.

Riforme

Nel dibattito politico, si parla da anni della necessità delle riforme. Ricordo che alcune delle forze che sostengono l’attuale Esecutivo erano pervicacemente contrarie al MES perché imponeva “condizionalità”. Ma cos’erano queste condizionalità, se non la richiesta di riforme?

Ebbene, quasi nessuno ricorda che il Next Generation EU, per la sua erogazione, postula l’adozione delle stesse riforme, partendo da quelle sempre annunciate e mai realizzate della Pubblica Amministrazione e della Giustizia. Quello che prima era tabù, ora, diventa la chiave per la rinascita del nostro sistema economico. Potenza delle parole: basta un cambio di nome e una pantegana diventa uno zibellino.

Discorso analogo vale per il nostro rapporto con l’Europa. Matrigna, per qualcuno finanche meretrice, alibi o commensale con cui bisogna alzare la voce e battere i pugni sul tavolo. Ora, tutti sono diventati europeisti, equivocando sul senso e sulla contingenza storica da cui scaturiscono gli ingenti mezzi finanziari che, a precise condizioni, ci verranno messi a disposizione.

Vorrei sgombrare il campo dalle credenze illusorie: non siamo in presenza di un inizio di mutualizzazione del debito, e il Patto di Stabilità, magari riveduto e corretto, tornerà a essere uno degli elementi caratterizzanti della governance europea. Chi pensa sia stato definitivamente messo in soffitta dovrà ricredersi.

Il ruolo dello Stato in un moderno sistema economico

Penso che nessuna persona di buonsenso possa concepire ai giorni nostri un’economia stile laissez faire, nella quale lo Stato assume le vesti di semplice spettatore e lascia campo libero alle cosiddette “forze del mercato”. Ciò premesso, con buona pace degli euro-scettici più (o meno) pentiti, in questi anni il nostro principale problema non sono stati gli effetti dell’introduzione della moneta unica; piuttosto, è stato lo sperpero di risorse pubbliche utilizzate per tenere in vita dei veri e propri zombie economici. Aziende in settori strutturalmente ed inesorabilmente in declino, in breve, ma la cui ibernazione operativa rappresenta un votificio a cui pochi vogliono o possono rinunciare.

L’alibi dei posti di lavoro da salvare, usato per giustificare qualsiasi forma di aiuto di Stato, passata la pandemia, non avrà più alcuna valenza in sede comunitaria. Dobbiamo farcene una ragione. Mario Draghi conosce bene simili dinamiche; quindi, sicuramente andrà avanti con giudizio e buonsenso, ma allo stesso tempo con razionalità e consapevolezza di quello che si può o non si può fare. E chi non lo ha ancora capito se ne farà presto una ragione.