L’emergenza Coronavirus accresce e intensifica l’utilizzo della tecnologia. L’opinione di Roberto Giacobazzi, Professore e Direttore del dipartimento di Informatica presso l’Università di Verona

Intervista a cura dell’Ateneo

LEGGI ANCHE: Emergenza sanitaria e psicologia: l’intervista a Mirella Ruggeri

Tra smart working, videochiamate e (abuso di) videogiochi, l’emergenza Coronavirus sta contribuendo ad accrescere e intensificare l’utilizzo della tecnologia. L’Università di Verona ha intervistato in merito Roberto Giacobazzi, Professore e Direttore del dipartimento di Informatica dell’Ateneo.

L’opinione di Roberto Giacobazzi

Il settore tecnologico non ha subito grossi contraccolpi. Le aziende cinesi stanno riaprendo e lo shutdown è stato, per ora, solo momentaneo. Anzi, penso che questa terribile esperienza cambierà profondamente e in positivo la percezione della tecnologia. Non verrà più vista come un impedimento alla “vera” socializzazione, ma come uno strumento fondamentale per rimanere in contatto con gli altri e quindi per socializzare.

Alle restrizioni sui movimenti nello spazio fisico corrisponde oggi una simmetrica espansione dei nostri movimenti nello spazio digitale. Tanto più siamo chiusi in casa, quanto più ci muoviamo nello spazio digitale. Lezioni on-line, i social network, le chat e le videochiamate ci mantengono vivi sul piano sociale e lavorativo. Mi aspetto quindi che, dopo questa emergenza, si ripensi profondamente il rapporto tra tecnologia e uomo; un rapporto non più di contrapposizione, ma di sinergia. Avremmo davvero bisogno di un vero umanesimo digitale, che ci aiuti ad esplorare lo spazio digitale senza preconcetti e con mente aperta. Questo sia a livello dell’individuo che a livello lavorativo, ripensando gli spazi lavorativi e riorganizzando il lavoro.

Affiancare lo spazio digitale a quello fisico permette di completare il nostro ecosistema con contenuti, esperienze e contatti sociali. Ce ne stiamo rendendo conto solo ora, ma meglio tardi che mai. Ovviamente, perché tutti possano usufruire di simili potenzialità, tutto questo richiederà un importante investimento tecnologico, infrastrutturale ed educativo. La misura di quanto siamo arretrati, anche culturalmente, la si realizza quando si sente parlare ancora di informatica come di nuova tecnologia. Non è affatto nuova, è solo che molti si sono accorti solo ora della sua esistenza.

Il Governo invita tutti a stare a casa il più possibile, ma cresce il rischio che i giovani in particolare, ma non solo, passino molto più tempo davanti a smartphone e videogiochi. Consigli per un utilizzo adeguato?

Come tutte le cose, anche gli strumenti informatici devono essere utilizzati con ragionevolezza. Che la lettura di un giornale o di un libro avvenga dallo smartphone o dalla carta poco cambia; quello che cambia è come si vive lo spazio sociale o di intrattenimento. È necessaria una “igiene digitale”, ovvero adottare dei comportamenti nello spazio digitale che siano analoghi ai comportamenti che adottiamo nello spazio fisico.

Nessuno di noi può pensare di giocare una partita di calcio o di tennis che dura 5 ore o più; analogamente, nessuno di noi, che abbia una occupazione attiva, può pensare di trascorrere al bar 6 ore o più della propria giornata. Se questo è ciò che facciamo nello spazio fisico, allora dobbiamo pensare di fare la stessa cosa nello spazio digitale, pensando che giocare a un videogame sia come praticare uno sport e frequentare un social come incontrare persone al bar o al circolo.

In che modo invece la tecnologia può venire in aiuto?

È sotto gli occhi di tutti che la tenuta umana e sociale del lockdown che stiamo vivendo dipende molto all’ecosistema tecnologico che ci circonda. Mi soffermerei sull’impatto che questo sta avendo sul mondo universitario. Grazie agli strumenti di e-learning, le università hanno potuto mantenere attivi i corsi di studio. Soprattutto, rispetto alle vecchie modalità di e-learning, che richiedevano attrezzature e spazi ad hoc, oggi gli strumenti in nostro possesso ci permettono di svolgere didattica di ottima qualità da casa, integrando slide, video, audio e note sulla lavagna grazie al semplice utilizzo di un portatile o di un Pad.

Sono convinto che dopo questa emergenza dovremo ripensare l’interazione studente-docente, affiancando all’irrinunciabile condivisione degli spazi fisici – come aule, ricevimento studenti, tutorato, laboratori – anche la condivisione di spazi digitali. Se l’università è per sua natura uno spazio sociale, mi aspetterei che la sua proiezione nello spazio digitale sia un social network. Su questo molta strada rimane da fare, più dal lato docenti che dal lato studenti.

Moltissime aziende ed enti stanno ricorrendo al telelavoro, cui si aggiungono i giovani a casa da scuola. La rete italiana può sopportare tutte queste connessioni contemporaneamente?

La rete italiana deve ovviamente adeguarsi. Mentre la rete sostiene bene le connessioni tra i grossi centri come città e reti metropolitane, molto rimane da fare per colmare il digital divide che persiste con i piccoli comuni o in addirittura con alcune aree periferiche. Mi aspetto che dopo questa emergenza si metta seriamente mano a questa infrastruttura, che è assolutamente vitale per il Paese. Il passaggio al 5G rappresenterà sicuramente il punto di svolta in questa direzione.

Fare smart-working, però, non significa “solo” lavorare da casa; significa riorganizzare il lavoro, avere leader più presenti, anche se virtualmente, in grado di coordinare chi lavora da remoto con compiti meglio definiti e puntuali. Nello smart-working, la complessità del coordinamento delle attività deve essere risolta da chi ha la responsabilità dell’ufficio o del gruppo di lavoro. In un certo senso, più che preoccuparmi della robustezza delle reti informatiche, mi preoccuperei oggi di formare il personale, soprattutto quello con maggiore responsabilità, a gestire lo smart working. Questa è la vera sfida.

Roberto Giacobazzi è Professore di Informatica presso l’Università di Verona, in cui veste altresì la carica di Direttore del suddetto dipartimento