Dalla diplomazia multilaterale alla governance d’impresa: il progetto del Board of Peace e l’ombra di un nuovo ordine globale a guida privata

Di: Andrea Panziera

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“Nomen omen”, avrebbero sentenziato gli eruditi latini: il suo destino è già scritto nel nome. Come correttamente sottolineato da alcuni avveduti commentatori di geopolitica, l’utilizzo del termine board al posto del più consono council non è una scelta casuale, al contrario. Essa rappresenta una innegabile inversione ad “U” nell’approccio alla soluzione delle più rilevanti e spinose questioni di diritto internazionale; una palingenesi innanzitutto culturale, non priva di rischi per la tenuta dei sistemi democratici. Trattare con la logica dell’impresa e quindi del profitto, delicate problematiche che attengono all’esistenza, presente e futura, di popolazioni provate da anni di guerra, con centinaia di migliaia di morti, privazioni indicibili per i superstiti, piegati dalla assoluta mancanza di tutti i beni e servizi di prima necessità, significa ad ogni evidenza imboccare un percorso in cui parole come pietà, umanità, giustizia, dignità, divengono vocaboli privi di qualsiasi significato.

Non so quanti lettori, per curiosità o per interesse riguardo le vicende internazionali, abbiano dato un’occhiata a quello che dovrebbe essere lo Statuto di questo organismo, che si configura a tutti gli effetti come alternativa operativa all’azione delle Nazioni Unite. Esso avrebbe il compito di sovraintendere ad ogni attività sulla striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre. Tra le altre, la nomina di un neo comitato palestinese locale, i cui membri dovrebbero essere dei tecnici non meglio identificati ed il cui potere decisionale è tutto da definire; il dispiegamento di una forza di sicurezza internazionale, la cui composizione rimane allo stato sconosciuta, il disarmo definitivo di Hamas e la ricostruzione del territorio devastato dalla guerra.

La concorrenza con l’ONU è implicitamente scritta nel suo atto costitutivo, che recita testualmente “vi è la necessità di creare un’istituzione per addivenire alla Pace più agile ed efficace, passo che implica l’abbandono di altre, le quali troppo spesso hanno fallito. Il Board si propone di ripristinare una governance affidabile e legittima nelle aree colpite e minacciate da conflitti”. Questa estensione della sua mission alle possibilità di intervento in ogni parte del mondo, a mio giudizio, peraltro condiviso da molti esperti in materia, può avere una sola interpretazione: il definitivo affossamento del ruolo delle Nazioni Unite in tutte le regioni/nazioni in cui sono attualmente presenti o potrebbero manifestarsi in futuro eventi bellici.

Come non pensare quindi all’Ucraina, alla Somalia, al Venezuela, alla Groenlandia e via discorrendo? E quale sarebbe il ruolo spettante a Trump in questo comitato? Ovviamente, come in ogni entità commerciale in cui esiste un dominus fondatore, quello di CEO. Lo Statuto considera la presidenza un incarico personale, quindi scollegato a quello di Presidente degli Stati Uniti. Il testo recita che “Donald J. Trump sarà il primo presidente del Board of Peace”, senza alcun riferimento al suo attuale mandato negli USA, a termini stabiliti, o ad eventuali eventi politici futuri.

A fortiori, si specifica che la sostituzione del presidente “può avvenire solo a seguito di dimissioni volontarie o per sua sopravvenuta incapacità, che deve essere decisa da un voto unanime del Consiglio Esecutivo”, quasi a sottolineare che l’incarico prescinde dai cambiamenti politici. Il presidente ha la potestà di «designare in ogni momento un suo successore», rafforzando il concetto che la continuità nel tempo della leadership scaturisce dalla insindacabile volontà di Trump. Egli si avvarrà di un’ampia discrezionalità sulla composizione, sul funzionamento e sulla permanenza in vita del Board: soltanto a lui spetterà il diritto di invitare gli Stati ad aderire, di rinnovare o revocare la loro adesione, nominerà e rimuoverà i membri del Consiglio Esecutivo, designerà il suo amministratore delegato e potrà porre il veto su qualsiasi decisione operativa.

Lo Statuto, inoltre, stabilisce un legame strettissimo fra i privilegi acquisiti dagli Stati membri con l’entità dei loro contributi finanziari, dal momento che è prevista un’esenzione speciale per i principali Paesi donatori. Mentre il mandato della maggior parte degli Stati aderenti ha una durata triennale, viene chiaramente specificato che “tale limite temporale non si applica per quelle Nazioni che versano più di 1 miliardo di dollari cash al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello “Statuto”, consentendo di fatto ai sostenitori più facoltosi di mantenere i propri seggi senza alcun termine prestabilito, a discrezione del presidente. L’elenco degli invitati, stilato personalmente da Trump, rappresenta un vero e proprio Parterre de Rois, composto, mi si perdoni la lieve vena sarcastica, nella stragrande maggioranza dei casi da sinceri e conclamati pacifisti.

C’è Putin, il suo sodale Lukashenko, Viktor Orbán , i ricchi Paesi del Golfo Persico, il Pakistan, l’Egitto e tutte le autocrazie sparse in ogni angolo del globo. Non sarà della partita il presidente francese Emmanuel Macron, che ha rispedito l’invito al mittente. Sulla composizione, però, sono piovuti gli strali da Israele, il cui Governo ha criticato gli inviti alla Turchia di Erdogan e al Qatar dell’emiro Al Thani. Nel corso di una cerimonia ufficiale un esponente di spicco dell’Esecutivo di Tel Aviv ha infatti dichiarato che “ va ringraziato il presidente Trump per il suo incredibile supporto allo Stato di Israele e per la sua buona volontà, certi che stia agendo con buone intenzioni. Ma il suo piano è dannoso per lo Stato di Israele e verrà chiesto di annullarlo.

Gaza è nostra e il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di chiunque altro. Pertanto, ci assumiamo la responsabilità di ciò che sta accadendo lì, imponiamo un regime militare e portiamo a termine la missione. È giunto il momento di assaltare Gaza con tutta la forza possibile, di distruggere Hamas militarmente e civilmente, di aprire il valico di Rafah con o senza il consenso egiziano e consentire agli abitanti di Gaza di andare via e cercare il loro futuro altrove“.

Parole e fatti. Dal 10 ottobre, data del fantomatico accordo di Pace, sono morti ogni mese oltre 150 residenti, in maggioranza donne e bambini e le condizioni di vita all’interno della Striscia sono in costante peggioramento. Di più, le mire espansionistiche dei coloni israeliani sul territorio della Cisgiordania, spalleggiati apertamente dal Governo, si fanno sempre più insistenti ed in queste condizioni parlare di Board of Peace appare ad ogni evidenza come una tragica ed invereconda commedia degli orrori.

Ma anche sui numeri i conti non tornano: Trump continua a parlare di fondi già raccolti pari a 5 miliardi di dollari e di migliaia di soldati pronti per la forza di stabilizzazione internazionale, ma ha omesso di precisare quali Paesi abbiano già garantito soldi o truppe. Gli Emirati Arabi hanno messo sul piatto un miliardo, un altro arriverà dagli Stati Uniti, ma le stime della Banca Mondiale parlano di almeno 50 miliardi, somma necessaria per ricostruire la Striscia devastata dalla guerra. Quanto alla missione internazionale, per ora solo l’Indonesia ha garantito con certezza 8mila militari.

Riassunto finale: la pace a Gaza ad oggi è una chimera, sul tavolo esistono soltanto i progetti per resort fantasmagorici ideati da Jared Kushner, genero del tycoon, il Comitato d’Affari denominato Board of Peace che “motu proprio” si attribuisce il diritto di decidere le sorti del popolo di Palestina, naviga nel mare magnum dell’incertezza su tutti i fronti. Ma noi osserveremo, unici fra i maggiori Stati d’ Europa, osserveremo.