Di: Andrea Panziera.

Scrivevo una decina d’anni fa: “ Dopo l’affossamento della trattativa con Air France KLM per la cessione di Alitalia, prende corpo l’ipotesi di una cordata di imprenditori e banche che ne rilevino il pacchetto di maggioranza. Il problema è che nella vicenda della nostra Compagnia aerea di bandiera c’è tutto e il contrario di tutto, come nelle migliori commedie all’italiana. I dubbi sull’annunciato lieto fine sono molti e aumentano man mano che passa il tempo.

Alcuni elementi certi, peraltro tutti negativi, sono sotto gli occhi di tutti. Le perdite pregresse innanzitutto: la nostra Compagnia aerea nel corso degli anni è costata allo Stato, e quindi a tutti noi, svariati miliardi di euro. Quasi quanto una discreta manovra finanziaria. La situazione è sotto gli occhi di tutti e lo è nonostante i proclami di imminente risanamento, di svolte epocali all’orizzonte; nonostante la sostituzione a più riprese del management – anche tre volte nel corso di un anno -, ogni volta presentato come la panacea delle incapacità precedenti; nonostante  i roboanti proclami dei governi di turno. Nel 2004, infatti, l’allora Presidente del Consiglio dichiarava che la fortuna di Alitalia era che lui avrebbe impiegato tutto il suo talento per risolvere un problema che altri non avevano saputo risolvere“.

Parlano i numeri…

Ho riportato il mio pensiero di allora perché qualunque persona di buonsenso e con un minimo di cognizioni economiche avrebbe potuto prevedere come sarebbe andata a finire. Lo stato di salute attuale, che definire precario appare sempre più come una professione di vacuo ottimismo del tutto scollegata dalla realtà, è impietosamente rappresentato dai numeri. La compagnia aerea perde più o meno 700 euro al minuto; inoltre, da tempo è tenuta in vita dai tristemente noti “prestiti ponte”, che si rinnovano come le cambiali a scadenza che non si è in grado di onorare. A nulla è servito l’ingresso, ultimo della serie dopo la penosa e disastrosa avventura dei c.d. “capitani coraggiosi”, di un partner industriale come Ethiad.

Alitalia è ritornata alla ennesima gestione commissariale, che avrà il compito di ristrutturare quasi interamente l’azienda. Azienda, tra l’altro, in cui gli interessi corporativi e clientelari rendono pressoché inutile qualsiasi tentativo di adeguare il business alla realtà di mercato. Quel che appare indiscutibile è la necessità di un ridimensionamento delle aree operative perlomeno nella loro attuale configurazione. Non è in alcun modo giustificabile che il numero complessivo degli addetti sia uguale a vettori concorrenti che presentano fatturati enormemente superiori. Qualunque scelta non andasse in questa direzione comporterebbe l’ennesimo salasso delle pubbliche finanze, negli anni tradotto in un onere a carco dei contribuenti di poco inferiore ai 9 miliardi.

Piccoli azionisti Alitalia: un capitolo doloroso

Per onor di memoria e verità non va infine dimenticato il capitolo “piccoli azionisti Alitalia”, uno dei tanti passaggi dolorosi che hanno colpito il risparmio in Italia. Un caso emblematico di “macelleria finanziaria” ai danni del parco buoi, oltretutto con una società pubblica nel ruolo di protagonista. Sicuramente qualche voce si leverà – e già se ne odono gli echi – da parte di chi, in nome di una pretestuosa difesa dell’onor patrio, si opporrà all’ipotesi della cessione tout court della Compagnia; soprattutto se a favore di un altro vettore dell’Unione europea, ventilando fantomatici piani di rilancio o amenità del genere.

Diamoci un taglio, se non vogliamo aggiungere un altro tassello al nostro suicidio finanziario.

www.alitalia.com