L’illusione dell’inevitabilità, la perdita del senso storico e la deriva autoritaria del mondo contemporaneo
Di: Andrea Panziera
Immagino vi chiederete quale sia la scaturigine del titolo di questo articolo; pur se di facile comprensione, è in lingua inglese. Ma, nel contempo, sono sicuro che molti lettori abbiano trovato la risposta, senza che il vostro umile scriba ne spieghi la ragione. Siamo in tutta evidenza precipitati in una logica imperiale, intrisa di violenza, soppressione dei più elementari diritti individuali e collettivi, prevaricazione e uso della forza come unico strumento per dirimere le divergenze di opinioni o le controversie interne e internazionali. Di conseguenza, prevale l’idioma del “dominus”, di colui che ne incarna “hic et nunc” le vestigia.
In realtà, in buona parte del mondo e ad ogni latitudine, si stanno spietatamente ripercorrendo cammini che pensavamo abbandonati dopo la fine della seconda guerra mondiale, con il suo funereo lascito di oltre 60 milioni di morti. L’aspetto che suscita più apprensione è la diffusa mancanza di consapevolezza dell’abisso verso cui ci si sta avviando; si ha come la sensazione che prevalga un sentimento di diffusa ineluttabilità, l’ultimo giro di giostra da vivere nel modo più gaudente e spensierato possibile prima dell’Apocalisse.
Uno degli aspetti più inquietanti di questo “modus cogitandi” è la non conoscenza o addirittura la farlocca reinterpretazione della storia, con paragoni o accostamenti improponibili, analisi quantomeno approssimative, riproposizione di passati modelli del tutto privi di logica se decontestualizzati. Una caratteristica accomuna l’azione dei novelli imperatori, o aspiranti tali: l’unico interesse legittimo è il loro, a prescindere da ogni forma di Diritto acquisito in base a Trattati preesistenti o da quello Internazionale vigente. La forza è lo strumento principale attraverso cui far valere ogni pretesa; “Homo homini lupus”, avrebbe chiosato Thomas Hobbes. Invero, una variante all’interventismo militare è stata proprio di recente ipotizzata ed è quella di pagare la cessione di sovranità, ma tale alternativa è concessa solo ai Paesi alleati, o presunti tali, senza peraltro specificare cosa accadrebbe in caso di rifiuto.
Qualcuno ha arditamente accostato questo periodo storico alla Roma di 2000 anni or sono, ma come ha correttamente commentato un noto esperto di geopolitica, tra l’altro mia vecchia conoscenza, siamo in presenza di differenze abissali. Cito testualmente le sue parole: “Roma non era un modello di sottomissione, ma di integrazione. La pax romana non consisteva nel trasformare gli altri popoli in cattive imitazioni di sé stessa. I suoi cittadini, nel senso più lato del termine, combattevano poco, concedevano autonomia e soprattutto si imponevano dei limiti.
Inoltre, forse erano daltonici, dal momento che non discriminavano né per il colore della pelle né per la religione”. Qualche lettore riesce a trovare analogie con quanto sta accadendo nei Paesi dei novelli imperatori, la cui postura assomiglia alla truce parodia di Giggi er Bullo, condita da ketchup yankee o contornata da insalata russa? A meno che non si prendano come termine di paragone Caligola, Nerone, Domiziano, Commodo e pochi altri, in un periodo che è durato oltre 5 secoli, sarebbe bene non dimenticare che Roma costruì la propria grandezza anche grazie ai suoi progetti di inclusione fondati sulla concessione della cittadinanza. Tacito, negli Annali, riporta il discorso dell’imperatore Claudio al Senato relativo alla proposta di aprire ai Galli l’elettorato passivo alle Cariche Pubbliche: “Romolo, il fondatore della nostra città, fu così saggio da considerare parecchi popoli prima nemici e subito dopo concittadini. Stranieri ebbero presso di noi il regno e abbiamo affidato Uffici Pubblici a figli di schiavi affrancati”.
Quale sarebbe il nesso fra questa idealità con gli squadristi ICE trumpiani, che sparano a cittadini americani inermi, rei soltanto di non pensarla come loro e manipolano la realtà documentata da immagini del tutto chiare e indiscutibili? Qual è poi la credibilità della Ministra per la Sicurezza Nazionale Kristi Noem, che si è presentata alla conferenza stampa in tenuta da cowboy ed ha impudentemente affermato che l’agente sparatore ha agito per sventare un atto di terrorismo interno? Per avvalorare la sua menzogna, poco dopo il platinato tycoon ha dichiarato che l’omicida era stato ricoverato in ospedale e vivo per miracolo, nonostante in tutte le riprese si veda chiaramente che non è stato neanche sfiorato dalla vittima e si allontana tranquillamente dopo aver esploso i colpi.
Se queste sono le premesse delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre, non è difficile prevedere che gli Stati Uniti saranno percorsi da mesi di manifestazioni, proteste, rivolte e caos. Questa previsione è tanto più vera se i dati macroeconomici che verranno pubblicati nelle prossime settimane confermeranno l’insuccesso delle politiche trumpiane, o quantomeno forniranno la rappresentazione della distanza fra le mirabolanti promesse sbandierate da gennaio 2025 e la indiscutibile realtà dei numeri.
Un’ultima considerazione, con una doverosa e netta premessa. Il regime di Maduro e quello degli ayatollah incarnano il peggio del peggio di ogni possibile forma di governo di un Paese e su questo non sono ammissibili obiezioni o distinguo di sorta. Tuttavia, una domanda appare più che lecita: quale è il peso che la distrazione verso altri obiettivi rispetto ai problemi socio-economici interni (magari anche dalla pubblicazione integrale dei file di Epstein) può giocare con l’azione in Venezuela e quella probabile in Iran? Sono certo che molti lettori converranno con me che, fatta la debita tara, il peso del dubbio rimane assai consistente.



